Recensioni

7.2

Il nuovo album di Jessy Lanza, All the Time, si inserisce in una cornice autobiografica che fa del trasferimento la sua cifra principale. Subito dopo la pubblicazione del precedente Oh No Lanza lascia la sua Hamilton in Ontario per trasferirsi a New York, e subito dopo la realizzazione di All The Time si stabilisce a San Francisco. Ecco allora che la vaga malinconia e il serpeggiante cosmopolitismo – anche musicale, tra Chicago, UK e altre mille influenze – da sempre sottesi alla proposta dell’artista canadese trovano un’esplicitazione concreta. Citando una delle letture più interessanti degli ultimi mesi, quella di Jessy Lanza potrebbe essere la sonorizzazione perfetta di Essere Senza Casa di Gianluca Didino: praticamente la risposta – o meglio, la necessaria controparte – italiana a The Weird and the Eerie di Mark Fisher. 

Sono tracce che camminano in solido equilibrio su una sottilissima linea di confine: quella che (non) separa l’art-pop dalla musica da club. Face slalomeggia tra autismi breakbeat, ma Anyone Around parla un idioma decisamente più hip hop, a base di decostruzioni trap e sfarfallii modulari. C’è una techno di plastilina a tinte pastello, c’è un r&b solo apparentemente innocuo che manda bacini ad Aaliyah e Janet Jackson, ci sono sottilissime scorie di j-pop ologrammatico à la Pc Music e ci sono tappeti sonori che non tolgono (quasi) mai il pedale dal 4/4 tipico del club. La voce di Jessy è essa stessa sempre più strumento musicale, pitchata e ricomposta prima di essere spalmata sulle basi. E il solito Greenspan probabilmente si è consumato l’ultimo Caribou, perché i riverberi di Suddenly (altro disco che giocava con il lato più solare e positivo della eerieness fisheriana) tornano spesso e volentieri. D’altronde già l’r&b robotico di Like I Love You sarebbe potuto benissimo essere un pezzo della Lanza, e il cerchio si chiude. 

Ma, e occorre ribadirlo, per questo album e per la musica di Jessy non si può parlare unicamente di una rilettura soleggiata e spensierata dei fantasmi del realismo capitalista che ne superi senza strascichi gli inquietanti futuri passati. L’inquietudine che nel disco resta sottesa, ma sempre percepibile, non è soffocata sotto un superamento risolutivo dei conflitti contemporanei. Casomai ne costituisce un completamento necessario; vale a dire, tornando a Didino e a Fisher: viviamo in tempi strani, ma non è chiudendoci nella nostalgie o nel nostrano rassicurante che la situazione si risolverà. L’apertura al diverso e alla contaminazione, anche musicale come nel caso della Lanza, potrebbe essere la migliore strada percorribile.

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