Recensioni

Evocare il mistero rendendo grazia al passato: sembra questa, da sempre, la missione segreta di Jessica Pratt. E nel suo ultimo, strabiliante, disco il suo modo di toccare il suono, manipolarlo e riformarlo, appare più chiaro.
Era il 1965 quando Glen Campbell, il cowboy che unì country e pop, cantava Guess I’m Dumb scritta da Brian Wilson e Russ Titelman. Quel pezzo, dall’arrangiamento bacharachiano, sarebbe dovuto finire all’interno di The Beach Boys Today! ma nessuno della band voleva cantarla così venne donata all’amico-collega-turnista Glen: il fallimento commerciale del pezzo resta ancora oggi un mistero vista la straordinaria performance di Campbell e la bellissima scrittura di Brian Wilson.
Quasi sessant’anni dopo, uno degli album che si appresta a diventare fra i più importanti dell’anno, si apre con il suono di batteria, quel bump che ha viaggiato lungo tutta la storia della musica, di quel bellissimo brano pop: omaggio, ispirazione, senso di appartenenza. Tutto e di più per la Pratt, paladina delle armonie celestiali, delle atmosfere accattivanti, degli arrangiamenti folk-pop che, dopo un silenzio lungo cinque anni, torna con Here In The Pitch, disco in grado di mostrare una nuova vena neo-hippie, tra Claudine Longet e Carole King prodotte da Aaron Dessner.
L’universo artistico di Jessica Pratt è sempre stato avvolto da un’aura di mistero e nostalgia. Sin dagli esordi con registrazioni lo-fi di quattro tracce, la cantautrice californiana ha coltivato un suono etereo e senza tempo che evoca i resti di un passato idealizzato. Con questo nuovo album, ci invita a immergerci nelle profondità del suo mondo interiore, uno spazio in cui convergono influenze vintage e sensibilità contemporanea. Oggi Pratt sembra aver raggiunto una maturità artistica e una consapevolezza che la porta a mettere in atto una sfida legata a un maggiore (e sapiente) uso della strumentazione (leggasi synth e percussioni), tentando di incanalare la musica pop contemporanea nel solco degli anni ’60. Ma non solo: il ritorno di Jessica Pratt si configura come l’esempio perfetto di quanto potenti possano essere gli album brevi. Ventisette minuti di musica in cui ogni strato, ogni traccia, ogni giro melodico, ogni elemento sonoro resta inconfondibile nella sua intenzionalità. Non c’è un secondo sprecato. E quello che viene disegnato al suo interno è un grande dramma metafisico, le cui vibrazioni disinvolte – fra Astrud Gilberto e David Lynch – giocano in mezzo a gigantesche orchestrazioni prima e chitarre acustiche poi, tra tastiere spettrali ed echeggianti percussioni in legno (grazie al meticoloso labor limae del brasiliano Mauro Refosco), in una dimensione altra che evoca il passato ma non lo vuol fintamente ricreare.
Se c’è qualcosa che ho sempre apprezzato della produzione musicale della musicista californiana è la creazione di un canone a disco, per cui a un primo ascolto appare difficile distinguere una canzone dall’altra. Il che per molti artisti non è che un limite, un finale di partita scontato ma che nel mondo sonoro di Pratt si trasforma in un loop avvolgente, magnetico, un’ipnosi costante capace di avviluppare a sé chiunque la ascolti con le difese abbassate. La sua musica sembra quasi trasparente tanto è immacolata, volta a quell’estremo candore che si ritrova sulla pelle diafana della cantautrice. Le canzoni di Here In The Pitch sembrano coltivare il gusto del segreto, del nascosto, non per postura o strategia, ma perché le loro storie sono costellate di un dolore non ancora del tutto guarito.
Con questo disco, Pratt riflette sul ventre più sotterrano e viscoso della California, sui personaggi oscuri della storia sinistra e squallida di Los Angeles, sulle sue mitologie culturali, e mi sembra di poterla immaginare elevarsi tra le allucinazioni filmiche di Kenneth Anger. Pratt delinea la sua tavolozza produttiva più ampia finora, un’ambizione a campo lungo che conserva l’intimità del debutto e la temerarietà sonora di Quiet Signs del 2019, ma incornicia ciascuna di queste nove canzoni con rinnovato sentire.
Oggi, quella voce spettrale e scricchiolante, che una decina d’anni fa aleggiava su ritornelli morbidi, illustra una diversa fragilità spostandosi negli angoli più oscuri, frammentando un cantato lunatico, piumato e impressionista – che se un tempo si lasciava avvolgere dalla nebbia di Vashti Bunyan – oggi dissolve quel manto sospeso per una trama che vira alla psichedelia di Reed e Nico in pieno momento Factory. E parallelamente fa la scrittura, ardente, umorale e avventurosa: un po’ come se i Grizzly Bear di Yellow House avessero incrociato il cammino di Joan Didion. Nella composizione dei brani si intrecciano come in un arazzo timpani, glockenspiel, sassofono baritono e flauto, ma questa orchestrazione non suona mai eccessiva, mantenendo una sottigliezza e uno spazio profondo che permette ai distici vividi e alle melodie agrodolci di irradiarsi.
Nessun disco di Pratt prima d’ora si era aperto con il suono di una batteria. Cosa che invece accade con l’ascolto di Here in The Pitch: non è un caso la citazione palese a Guess I’m Dumb e a tutto l’universo Beach Boys giacché il capriccio arioso di Life Is – che fa da splendido apripista – regala un rullo di percussioni che omaggiano il grandioso stile orchestrale dei successi pop degli anni ’60, mentre le voci – distanti e ipnotiche – abbracciano caldamente l’ambigua melodia psych-folk costruita su Mellotron e tastiere affacciate sulla fine del mondo (il tocco nostalgico di Matt McDermott si sente). Tuttavia la Pratt riesce a lasciare un segno distintivo, conferendo a queste composizioni un carattere onirico e misterioso che le eleva al di sopra della mera imitazione.
Se Better Hate è una sospensione fra lo-fi e bossa nova – ripresa poi nell’ondeggiante By Hook or by Crook – , World on a String esplora gloriosamente il desiderio più abissale, animata da chitarre acustiche spazzolate e una sottile serie di archi sospiranti, “voglio essere la luce del sole del secolo / voglio essere una traccia dei nostri sensi liberi”. Con quella bellezza ferita e malinconica, il cantato di Jessica Pratt risolleva i cuori mantenendo un vibrato pieno di speranza. Un senso di fidata promessa che si ritrova nella quieta grandiosità dell’elegante ballad Empires Never Know, gemma preziosa incastonata fra un antichissimo suono di pianoforte che sembra ospitare storie e volti di cent’anni fa. È tutta un’illusione questo brano, un gioco di specchi nel giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle in una giornata di pioggia. L’epilogo è affidato alla morbidezza strascicata e leggerissima di The Last Year, in cui Pratt strimpella gli accordi maggiori mentre le sue parole fluiscono come titoli di coda, con occasionali rullate di tamburi e un pianoforte che riprende la melodia. Un inno alla meraviglia e alla risoluzione.
Pratt si dimostra capace di passare dalla bossa nova al pop da camera, senza necessariamente perdere la propria identità. Dall’uso sempre caratteristico delle voci, alla costruzione degli arrangiamenti e delle strofe che si estendono delicatamente fino all’ultimo secondo dell’album, tutto sembra pensato per esaltare la bellezza e la vulnerabilità della vita in un approccio interessato a osservare lo spirito del tempo, non tanto la private zone della cantautrice. Here In The Pitch diventa così una testimonianza del potere di trasformazione della musica. Magnetica come solo sapeva esserlo Karen Dalton, la Pratt riesce a creare un universo sonoro unico, capace di trasportarci in uno spazio senza tempo dove bellezza e mistero si fondono in un’esperienza profondamente commovente.
Il mistero si manifesta negli album di Pratt come la trama del sogno, il cui suono diviene realtà. È come se l’artista di si dirigesse verso il territorio creativo esplorato da Cindy Lee, nel saccheggio di generi e solitudini, partendo da un approccio che proietta una forma ancora più sensibile, riduzionista e intima dell’opera e arrivando a godere di un’immersione melodiosa e redentrice nell’entroterra spettrale della pop music. Non si tratta più soltanto di canzoni, di accordi e falsetti: grazie a Here In The Pitch maneggiamo una corrente emotiva, transitoria e irraggiungibile che ci intreccia il respiro e poi lo libera, suonando, sempre, celestialmente, bene.
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