Recensioni

Il jazz visto come libertà di espressione, linguaggio black che influenza e compenetra le musiche contemporanee reinterpretando il passato. È secondo questa concezione che il festival torinese Jazz:Re:Found, che ha nel suo brand il termine jazz, ha presentato nella line up dell’ottava edizione nomi come Grandmaster Flash, tra i padri fondatori dell’hip-hop, o Underground Resistance, guru della techno, insieme ad artisti che meglio rappresentano la cultura black del passato (Tony Allen) o le contaminazioni (Yussef Kamaal) globali del presente (Gilles Peterson, Clap! Clap!, Dj Khalab). Il jazz è quindi un punto di partenza concettuale per esplorare, attraverso uno sguardo orizzontale, sonorità senza barriere e steccati di genere.
Nonostante l’assenza dei De La Soul, annunciata pochi giorni prima dell’evento, e dei GoGo Penguin, saltati in extremis per un problema di salute, il festival è riuscito nell’intento di comunicare il suo messaggio e coinvolgere, in ben cinque giorni di eventi, un pubblico numeroso ed eterogeneo. Da sottolineare anche la volontà degli organizzatori di non concentrare le perfomance in una sola location, ma di strutturarle in vari quartieri della città di Torino, non escludendo Barriera di Milano, quartiere periferico incrocio di etnie e culture da ogni parte del mondo.
Jazz:Re:Found 2016 parte mercoledì 7 dicembre al Circolo dei Lettori, spazio elegante e rinomato, dove Rocco Pandiani, collezionista di vinili e profondo conoscitore di jazz, seleziona brani di John Coltrane accompagnato dal live drawing di Luca Barcellona, grafico e calligrafo che pratica il lettering con tecnica ibrida, fra arte antica e linguaggi digitali. Nel frattempo, viene inaugurata la mostra John Coltrane Saved my Life, preludio ad un live che, in prima serata, allo Spazio211, vedrà protagonista lo spirito jazz influenzato dall’hip-hop, dal funky anni 70 e dall’underground londinese. Salgono infatti sul palco Yussef Dayes e Kamal Williams, autori del progetto, Yussef Kamaal, insieme ai compagni di viaggio al basso e alla chitarra elettrica. E subito si entra in un clima di calore e rapimento perfettamente allestito dalle lunghe e psichedeliche note di tastiera di Kamaal, insieme alla sezione ritmica tra afrobeat e acid jazz di Yussef, che alla batteria mostra una tecnica invidiabile. Le tracce del loro ultimo e apprezzato lavoro, Black Focus, scorrono come un flusso continuo, facendo emergere ancora di più il free improvvisato che caratterizza – come ha evidenziato Bridda in sede di recensione – l’album. E il pubblico, non troppo numeroso visto anche lo spazio concesso al progetto, apprezza e risponde lasciandosi andare a danze incantate. A seguire, va in scena un tributo guidato dal rapper Ensi allo show televiso di Netflix, The Get Down, ideato da Baz Luhrmann e dedicato alla nascita dell’hip-hop. Protagonista di una delle serie più seguite del 2016 è proprio Grandmaster Flash, che si esibisce, in nottata, a Borgo Dora, atteso da una folla calda e rumorosa. Il guru dell’hip-hop, l’innovatore del djing con le tecniche del catching, scratching e mixing, mette subito le cose chiaro sull’intenzione di voler scuotere il dancefloor, aprendo il set con la disco music degli Chic, Upside Down di Diana Ross e Billie Jean di Michael Jackson. La selezione ampia, versatile, tecnicamente impeccabile, accompagnata da continui interventi al microfono («make some noise!»), passa in rassegna la storia del rap americano e delle produzioni di Grandmaster Flash (tra le tracce finali, The Message), per poi liberare ritmi e atmosfere dancehall. È una festa totale e assolutamente esplosiva che prosegue fino all’alba con il djset dalla carica funky e disco di Luca Ltj Trevisi.
Il giorno successivo, giovedì 8 dicembre, arriva, a pochi minuti dal live una spiacevole notizia. Chris Illingworth, pianista dei GoGo Penguin, trio eclettico tra jazz, musica classica ed elettronica british, è ricoverato d’urgenza a Parigi per motivi di salute. Salta così l’esibizione del gruppo al Cap 10110. Un’altra sfortunata tegola per Jazz:Re:Found 2016 dopo l’annullamento della data dei De La Soul. Al loro posto, Mr. Scruff, dj e producer inglese di casa Ninja Tune che riesce a far dimenticare al pubblico l’assenza del live con un set di quasi cinque ore in cui confluiscono, con maestria e creatività ai piatti, funk, hip-hop, house, jazz e suoni tropicali. Un’altra notte vola via tra sorrisi e calore.
Si arriva al venerdì di Jazz:Re:Found dove protagonista è un pezzo di storia dell’hip-hop italiano. Sul palco, i romani Colle Der Fomento sono vitali e decisi, anima e ghiaccio (parafrasando l’album del 2012). Masito e Danno, attivi dal 1994 nella scena romana insieme a Ice One, sostituito dal 1999 da Dj Baro, sciorinano rime profonde, critiche e riflessive (dagli esordi con il singolo Sopra il colle, fino al successo mainstream del 1997 con l’album Odio Pieno, che valse loro la condivisione del palco con i Fugees), sostenuti dai loro fan e da un beat old-school che rappresenta una perfetta immersione negli anni Novanta italiani. La versatilità e il carattere eclettico del festival torinese si coglie nel momento in cui, dopo un live hip-hop, sale in consolle Painè Cuadrelli (set interessante, tra ipnotismi dub techno e sprazzi funky) e poi Gilles Peterson, il noto dj e animatore culturale di BBC Radio, che apre la sua collezione di dischi e avvia un viaggio che attraversa tutti i continenti, le epoche musicali, i generi. Dalla jungle made in UK al tropicalismo, passando per hip-hop, acid jazz e divagazioni etniche, i movimenti si uniscono ad un ascolto attento e impegnato. E poi via fino al mattino con il dancefloor pieno di colori, casse in quattro tempi o spezzate, contaminazioni, suoni afro e globali, con i set pieni di vitalità di Sadar Bahar, Dj Khalab e Clap!Clap!.
Le poche ore di sonno non ci impediscono di essere, nel primo pomeriggio di sabato, al Circolo dei Lettori per un interessante panel, moderato dal giornalista Damir Ivic e incentrato sulla cultura black. Ospite speciale Lou Constant-Desportes di Afropunk, media network e festival musicale (fotografato da Francesca Magnani, ospite del panel), che fa emergere l’incontro sociale, politico e culturale tra ideali punk e identità afroamericana. Il dibattito si riscalda – in modo costruttivo – e coinvolge attivamente temi musicali (a rappresentare il mondo della critica e della radio, Federico Sardo e Raffaele Costantino) e sociali, dalla rappresentazione nei media mainstream degli artisti italiani di discendenza africana (rappresentati da Johanne Affricot) alle loro opportunità in ambito culturale. L’incontro si prolunga fino al tramonto, quando bisogna affrettarsi per raggiungere lo spazio Scuola Holden dove casualmente a esibirsi è…James Holden. Con il pubblico silenzioso e rigorosamente seduto, il producer elettronico intraprende con i suoi beat e con i distesi e sognanti arpeggi di synth modulari un viaggio etnico (pescato dall’album, The Inheritors) accompagnato da fiati orientali a disegnare nenie psichedeliche, movimentate da una batteria free jazz. Live che, nonostante a tratti pecchi di ripetitività, risulta d’impatto, considerando la sua durata non eccessiva di circa un’ora. Al Cap10100, affacciato sul Po in una fredda ma festiva notte torinese, pensa Tony Allen a riscaldare un pubblico più numeroso che mai. Il club è affollato e vibrante, il maestro dell’afrobeat è alla batteria, indossa cappello e occhiali da sole e scatena ritmi su cui un ensemble di sei musicisti dà sfoggio di tutta l’energia possibile. Melodie circolari di tromba alternate ad ipnotici assoli, bassi avvolgenti, chitarra funky, fanno sì che si sprigioni nell’aria un clima di solarità e calore afro. Nonostante i suoi 76 anni, il batterista, che nella sua carriera ha collaborato anche con Fela Kuti, è carico e ispirato, e intrattiene il pubblico invitandolo, sul finale, ad indovinare i titoli dei brani che andrà ad eseguire. Tony Allen, da sempre impegnato sul fronte delle migrazioni, si dimostra attento anche al sociale avendo visitato, nel pomeriggio, la struttura dell’ex villaggio olimpico di Torino, ora occupata da migranti in cerca di supporto e condizioni di vita migliori. La musica black come veicolo di messaggi di apertura e confronto in pieno spirito Jazz:Re:Found. Festival che, dopo l’estasi semi mistica offerta da Allen, prosegue fino al mattino con un altro pezzo di storia. Al Teatro della Concordia (Venaria Reale) va in scena Timeline, progetto del collettivo Underground Resistance, pionieri della techno a Detroit, tra i primi a suonare mascherati nei rave della Motor City lanciando un’estetica da cui trarranno ispirazione anche i Daft Punk. Il loro set è incentrato sul piacevole e stimolante incontro tra fiati e cassa dritta, bassi violenti e acidi e solarità soulful e funky. Spirito jazz che si combina alla perfezione con le strutture squadrate della techno/house delle origini. Incontri, contaminazioni, divagazioni, elementi fondamentali e vincenti per Jazz:Re:Found.
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