Recensioni

6.7

In tanti se non tutti conoscono la storia di Secret Rhythms. Burnt Friedman e Jaki Liebezeit decidono di trattare in studio un loro concerto alla Triennale di Colonia del 2000. E il tutto, anziché rimanere un episodio isolato, diventa l’inizio di un percorso, o meglio, di un processo di analisi oggi arrivato alla puntata numero quattro.

Ovunque ci sia lo zampino di Jaki, la lavorazione del ritmo non può essere elementare. È lui stesso ad aborrire i tempi che il rock tradizionalmente si è scelto. L’impero dei quattro quarti, per il leggendario batterista dei Can, è quanto di più noioso si possa concepire, specie per uno che ha colto da giovanissimo le potenzialità di spostamento di immaginario della “musica leggera”, pur provenendo da studi ben più altolocati. Si sentono le delizie ritmiche di Future Days, in Secret Rhythms Vol. 4, che dal retrobottega emergono sempre o quasi in primissimo piano (182-11; ma è responsabilità del missaggio di Burnt), comunque le maggiori responsabili del mood creato dall’album. Certo, il ritmo non è solo fatto di percussioni, ma di sponde di sample create da Friedman (131-7, forse il migliore intarsio che risulta della formula), e contrappunti e ritagli di chitarra (grazie a Joseph Suchy), fiati (Hayden Chisholm), basso (Daniel Schroeter).

La complessità del ritmo, come chi è appassionato di Africa saprà già, non significa però affaticamento per l’orecchio occidentale. Al contrario, è un invito a entrare nel flusso, a non limitarsi a battere il piede ma seguire le decine di input a battuta con tutto il corpo. Secondo questa logica, i brani sono infiniti o brevi, senza che la sostanza cambi; e in questo senso il Vol. 4 si inserisce nella sequenza iniziata dal primo capitolo senza una vera soluzione di continuità. Basta cogliere la complessità interna a ogni passaggio, per capire la natura dell’intera operazione, e non aspettarsi niente di più che una serie di esempi di alto livello dello stesso metodo.

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