Recensioni

Solo un paio di manifestazioni dagli albori degli anni ’10 per i Jackie-O Motherfucker, da quel Earth Sound System che li vedeva sì, in forma e alle prese con la solita (solita, ma mai uguale a se stessa eh…) mistura di krauterie-weird declinate folk, ma forse anche debitori verso un “suono” o una scena che aveva cominciato a mollare la presa già da tempo. Proprio il collettivo guidato da Tom Greenwood e Michael Whittaker, che ci aveva abituati a inondazioni di dischi in ogni formato possibile all’inizio degli anni zero, ora aspetta quasi un decennio, fatte salve un paio di cassette e uno split 12” con Tom Carter e Helena Espvall, per dare un seguito a quel disco: sarà il segno dei tempi? O semplicemente lo scorrere delle vite dei protagonisti? Non è dato sapere, ma la press release ci comunica che i due vivono ormai in qualche zona rurale del nord della California e che hanno impiegato ben tre anni per registrare questo Bloom insieme a un collettivo di musicisti quasi del tutto nuovo. E forse la messa a fuoco più ragionata così come l’originaria ambientazione rurale in cui si sono isolati i due rende questo lavoro una ottima prova di psichedelia pacificata, pastorale, mai eccessivamente sopra le righe e ben focalizzata, senza perdere mai in sperimentazione o ricerca. Questo nonostante, o forse proprio grazie al fatto che le sei neanche troppo lunghe tracce sono un sunto delle molte ore passate dalla formazione a provare e registrare – in uno spazio vuoto dove venivano accatastati gli immensi tubi necessari alla costruzione del nuovo Bay Bridge, che Greenwood e compagnia ha utilizzato per i riverberi, ma questa è una storia che fa parte dell’aneddotica frikkettona della band –, come se si fosse deciso di asciugare quel fiume in piena che ha sempre contraddistinto i lavori dei Jackie-O.
Ecco così che emergono reminiscenze di primissimi Flaming Lips, di Mercury Rev era Yerself Is Steem o di qualche band minore zona “slackerness” anni ’90, intenti a sovrapporre docili e reiterate melodie vocali figlie di un sixties sound revisited tutto proprio: come avviene in Radiating o The Wreck, le due lunghe tracce che aprono e indirizzano il disco dopo l’intro “ambientale” di The Pipe, tutta riverberi, ombre ed echi di flauti sognanti, o nella chiosa di Golden Bees che “doppia” la citata The Wreck ma ne amplia echi e rimandi in un crescendo psych “tipico” della casa. Non mancano un paio di episodi “altri”, come la lunga canicola ambientale di Wild Geese, sparse note di piano, echi di suoni trovati, sfrigolii vari, o l’andamento quasi da fanfara jazz di The Strike, ma il cuore del disco risiede in quella psichedelia citata sopra. A dimostrazione, chissà, di una nuova, più meditata fase per i Jackies? Per ora stiamo bene così.
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