Film
Steven Knight
A Thousand Blows
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Elisa Torsiello
- 24 Febbraio 2025
C’è una sequenza nello Sherlock Holmes di Guy Ritchie che tanto raccoglie e anticipa l’intero sviluppo di A Thousand Blows. Nella Londra vittoriana, dove il perbenismo di stampo ipocrita nasconde il crimine in retrobottega angusti come polvere sotto il divano, Sherlock si improvvisa boxeur tra i circoli di lotte clandestine. Si tratta di una parte intrinseca non solo alla sua dote investigativa, quanto imprenscindibile allo stesso regista per caratterizzare con fare eccentrico e inedito il suo detective.
Ed è proprio tra i medesimi cunicoli stretti, tra quelle strade di un’East London sporca e machiavellica, che prende vita la nuova creatura seriale uscita dalla fucina di Steven Knight. Già, perché A Thousand Blows si presenta come un cugino stretto non solo dello Sherlock Holmes di Ritchie, quanto di quei Peaky Blinders che hanno portato la serialità inglese a un livello del tutto nuovo, vestito di ricatti e abbigliato di polvere da sparo. Ambientati nella Londra vittoriana caotica e brutale del 1880, i sei episodi della prima stagione seguono Hezekiah Moscow (Malachi Kirby) e Alec Munroe (Francis Lovehall), due giovani giamaicani giunti nel Regno Unito in cerca di fortuna, ma che finiscono per divenire pedine imprescindibili della malavita locale, divisi tra una gang di scippatrici e un giro di incontri di boxe illegali. Della prima la mano che tutto muove è quella della scaltra Mary Carr (Erin Doherty di The Crown); dei secondi il dominatore indiscusso è il feroce pugile Sugar Goodson (Stephen Graham). Ispirandosi a personaggi reali (tra cui le Forty Elephants di Mary Carr, un sindacato criminale femminile dell’East End londinese) la serie affida i suoi primi colpi a un pilot che parte lento, forse troppo.

Non vuole mostrare il suo arsenale, l’opera di Knight, preferendo giocare con i suggerimenti, i non detti, con ciò che potrebbe essere e che forse sarà. Eppure, in questo costante indugiare, la curiosità rischia di scemare sotto l’onda di un climax procrastinato e forse mai del tutto sfruttato. Proprio per quel suo continuo rimandare a opere precedenti, lo spettatore va alla ricerca di una novità che non può rivelarsi se tutto viene celato dietro passi attenti e sorprese mai disvelate. A Thousand Blows è dunque un bicchiere di rum da sorseggiare con fare centellinato; una lotta di boxe a più round, senza KO e affondi precisi, che riserva i grandi plot-twist nel suo divenire. Ma nel contesto seriale contemporaneo, dove tanto viene offerto e molto consumato con fare bulimico, performance intense come quelle di Erin Doherty ed eventi coinvolgenti ritardati nel corso dell’opera non bastano più per attrarre il proprio pubblico, ma anzi rischiano di respingerlo.
La stessa regia di Knight mai banale, ma che qui parte in sordina, nascosta dietro una canonicità che sicuramente avrà modo di liberarsi e rivelare la propria adrenalinica mobilità, non aiuta di certo il quadro finale dell’opera. Per il momento tutto risulta pertanto alquanto bloccato, in costante stato di fermentazione, imprigionato in un corsetto tenuto troppo stretto, che annienta il respiro e frena il movimento.
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