Recensioni

Il giovane produttore e ingegnere del suono finlandese Jaakko Eino Kalevi è un miraggio, una creatura rara: in lui coabitano lo spirito gioioso di Todd Rundgren (con il quale condivide una certa somiglianza estetica), le visioni cosmiche di Terry Riley, il divismo edonistico del Duca Bianco, l’understatement di coevi quali L.A. Priest e Ariel Pink. È una figura machiavellica, forgiata da ascolti eterogenei e da un environment periferico (la fredda Jyväskylä, il territorio finlandese tout-court), liminale ma non per questo meno fervido di altri epicentri della musica sperimentale mitteleuropea. Kalevi dice di essersi ispirato, nel suo percorso di crescita e apprendimento musicale, al prog metal dei vari riccardoni che tanto spopolano su al profondo Nord, vuoi per vicinanza vuoi per fato, per poi spostarsi con l’avvento del web verso una ricerca più capillare ed estesa: i primi mixtape a suo nome mostravano già un output creativo mutante e parassitario, che sbocconcellava qua e là dalle più disparate istanze della club music (disco, techno, jungle) e field recordings (nell’LP d’esordio Modern Life, 2010), per arrivare alla pura arte del sampling, venerare Grandmaster Flash e giungere, come in un percorso cronologico a ostacoli, nella NY funkeggiante dei Talking Heads – tanto da ingraziarsi il buon David Byrne, che lo ha voluto nel suo recente American Utopia.
Kalevi ha poi transitato attorno all’orbita dell’etichetta Weird World come una supernova pronta a esplodere: Töölö Labyrinth del 2011 è un’operetta allucinante, registrata in un salotto di casa e generata attraverso un’etica del take one, buona la prima; un flusso di coscienza che oscilla tra modulazioni kraute e free jazz. Il suo universo è tanto mistificato quanto chiaro, e sposta le proprie coordinate da una parte all’altra dello spettro sonoro: parte della sua produzione più “oscura” si può ascoltare nell’ottima playlist redatta dall’artista stesso sul suo profilo di Spotify, Dreamzone. L’omonimo di tre anni fa, distribuito da Domino Records, ha segnato l’approdo del Kalevi nelle sfere alte del pop d’avanguardia – che poi avanguardia non è, riprendendo spesso e volentieri a piene mani da esperimenti del passato. Tuttavia, lo spirito dell’album è tutt’altro che retromaniaco, per dirla con Reynolds, e per nulla pomposo, a dispetto delle premesse; è anzi un album asciutto, preciso, snello come una sogliola ma pungente come una siringa.
Questo ci porta a Out of Touch, ultima fatica, che nel sentore comune definirebbe lo status del finnico presso un pubblico di pettinatissimi trend setter della popular music contemporanea. È in questo che Kalevi eccelle, nel sembrare il cugino strano di una famiglia di fighetti in vacanza a Lisbona: già dalla cover si nota un alto grado di autoironia, i testi sono spesso intelligibili poiché non v’è spazio per le parole, solo vibrazioni. Kalevi potrebbe stare a un Devonté Hynes come una Gioconda sta alla sua controparte baffuta e provocatoria di Duchamp (e il buon Jaakko è ovviamente quest’ultima): ogni solco del disco è un tuffo in un passato futuribile, e già la partenza affidata a China Eddie (chiaro omaggio a Bowie) e al singolo Emotions in Motion è uno statement chiaro, lapalissiano: è un sound crooneristico, da piano bar al neon in una coltre di fumo di nazionali senza filtro, confidenziale e distaccato al tempo stesso, dandy e slacker, tra il serio e il faceto. Anche gli Ottanta dei Talk Talk (This World), di Gary Numan (Fortune Cookie) e dei Duran Duran (Conceptual Mediterranean part 1) si materializzano, così come lo spettro del Duca aleggia indisturbato tra gli androni delle intricate architetture sonore, ma si avverte pure un ridimensionamento dei sogni di gloria visionari dei precedenti lavori, lasciando più campo a una compattezza e a un sound unitario e sintetico su tutta la linea, cosa che contribuisce a rendere l’esperienza d’ascolto come una quarantina di minuti di lounge music non stop. Uno Scott Walker che canticchia ai replicanti di Blade Runner in un cocktail bar affollato e umido. Musica da tende chiuse e luci basse, da amplesso o, come scrive efficacemente il Buon Bridda nell’editoriale, il lounge alla fine del mondo, mentre il maelstrom divora tutto.
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