Recensioni

In casi come questi ci sono un sacco di cose evitabili che bisogna dire. Tipo che Terry Riley è tra i padri della musica minimalista. Che ha avuto la capacità di rivolgersi a Oriente e di non snobbare il mondo che sberluccica attorno al terrazzo colto della musica contemporanea.
Ci si aspetterà a questo punto un “ma” o un “invece”, immagino. “Invece” il passo successivo è di non soffermarsi solo su ciò per cui è famoso Terry Riley – In C, i dervisci e gli arcobaleni – ma di fare un breve cenno a tre episodi della sua vita, e tra questi di concentrarci su due. Parliamo delle occasioni in cui Terry scrisse delle colonne sonore cinematografiche – un’esperienza in cui la musica contemporanea è parsa sentirsi a proprio agio. Verrà in mente forse No Man’s Land di Alain Tanner, del 1985; ma ora i due casi precedenti (e forse più riusciti, dal punto di vista musicale) sono raccolti in questo digipack uscito per la Elision Fields.
La prima parte fu appunto scritta per Les Yeux Fermés di Joël Santoni, e uscì per la Warner nel 1972 con il titolo della seconda traccia, Happy Ending; ecco, forse qualcuno ricorderà questo nome e rimarrà a bocca aperta; la registrazione in causa è infatti rimasta indisponibile per decenni e nel frattempo è divenuta leggendaria – per la sua assenza, certo, ma anche perché ritenuta equiparabile da alcuni critici alle più celebri composizioni rileyiane.
Giunta qualche anno dopo A Rainbow…, e a ridosso di Persian Surgery Dervishes, questo “lieto fine” è – a parere di chi scrive – un ottimo saggio esemplificativo del Riley elettroacustico a cavallo delle due composizioni del periodo, e un modo delizioso di avvicinarsi a lui, lasciandosi andare al respiro dei tempi e nella freschezza afosa che oggi possono ricevere le nostre orecchie volenterose.
Lifespan è poi la colonna sonora di Le Secret de la Vie di Alexander Whitelaw (già pubblicata nel 1974 da Philips); è meno incisiva, più convenzionale (The Oldtimer), specie nel suo orientalismo (Slow Melody In Bhairavi), più cinematograficamente fruibile. È da meno di Journey… e di Happy Ending, sì, ma non riduce certo la preziosità del pacchetto – e ne è esempio In The Summer. E quindi, non so come dire e forse non è il caso di dare voti, ma abbiamo tra le mani una potenziale (e abbondante) ora che non capita spesso, e nessuno si lamenterà se con un (8.0/10) inviteremo a interessarsi a quel simpatico pizzetto di quasi settant’anni.
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