Recensioni

Ci ha pensato quasi quattro anni Sam Beam per dare un seguito al bellissimo Shepard’s Dog, e non lo biasimiamo. Quando si azzecca così bene il fatidico terzo album, il gioco si fa duro. Coefficiente di difficoltà: altissimo. Come le probabilità di deludere. Ma il cantautore texano non sembra tipo da perdere la bussola per certe piccolezze. C’è un sentiero da percorrere, in compagnia di canzoni calde e sbrigliate, di folk che s’impastano di blues, di jazz, di pulsazioni etno. Perché il mondo ci è dato in prestito tutto intero e una trepidazione non sa – o serenamente se ne fotte dei – confini. La naturalezza è il segreto: una tradizione reinventata e credibile, come se accanto al front porch ci fosse sempre stata un’accolita black fornita di ammennicoli tribali – flauti atavici e percussioni a spalleggiare clavinet e sax – e ce ne accorgessimo solo adesso.
Metabolizzati i moventi primari Will Oldham e Calexico, gli Iron & Wine sono oggi una sintesi nuova e particolare, celebrano affinità e convergenze di coordinate musicali – dalla psichedelia bucolica di David Crosby all’avanguardia serica dei Beach Boys, dal sincretismo dinoccolato Steely Dan all’errebì mercuriale di Stevie Wonder, sfiorando le intuizioni paniche di David Byrne, l’estro ecumenico di Sufjan Stevens e certe retronostalgie blues dei migliori Gomez – che la sensibilità di Beam fonde in una prospettiva lucida, visionaria e accogliente. Stemperata la mistura, l’espressione esce calda e fluente, accesa e in qualche modo necessaria. Come può essere necessario un raccontare capace di fare perno su se stesso, il punto d’appoggio su cui sai di poter contare.
Se Shepard’s Dog vantava una scrittura più intensa, Kiss Each Other Clean ha il merito di guadagnare agli Iron & Wine il livello espressivo successivo. Se quello era un capolavoro, questo è una conferma che non si siede sugli allori.
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