Recensioni

Si è presi, anzi si viene letteralmente travolti da un turbine sonoro all’attacco di Qom, porta d’ingresso nell’universo Iran: schegge di suoni che si rincorrono e disperdono e poi si ricompattano per poi sfuggire ancora in ogni dove, di qua e di là dal tempo e nello spazio. Così, d’emblée, ci si ritrova dentro un tornado di suoni in libertà che sulle prime sembrano riprendere la stagione aurea delle musiche weird, le elongazioni free-form soprattutto, ma che il trio mette al servizio di una idea realisticamente post- del rock. Il trio, dicevamo, atipico anch’esso, per origine e strutturazione: il “nostro” Nazim Comunale, poeta e critico oltre che già coi Caboto, alle tastiere analogiche; Andrea Silvestri, già Taras Bul’ba, alle chitarre, e Rodolfo Villani, già con Lourdes Rebels, alla batteria, coi primi due partiti da lande improvvisative e poi, con l’ingresso di Villani, via via più strutturati. Un paio di comparsate d’alto livello quali sono quelle del sax baritono di Alessandro Cartolari (Anatrofobia) nella citata e oneidiana Qom (per chi scrive, la migliore del lotto) e del clarinetto di Francesco Massaro (Bestiario) che segna longitudinalmente gli 8 minuti ossianici e rarefatti di Regium Lepidi, aggiungono alterità ad alterità.
In Æmilia, disco d’esordio contraddistinto dalla (ennesima) bellissima fotografia di copertina di Adriano Zanni, i tre elaborano sette tracce che sono a tutti gli effetti sette suites per lunghezza (in totale siamo all’ora spaccata di durata) ma soprattutto per le dinamiche interne, ampie e mobili, anzi, modulabili in continuazione tra lande etno-psych e gusto innato per le reiterazioni di matrice minimalista. In mezzo, per non farsi mancar nulla, la fascinazione per una musica ad alto coefficiente percussivo e ipnotico, capace di elaborare grooves alieni e improvvise essiccazioni salate come il lago che dà il titolo ad Aral o quelle da minimal beat che sostengono sottotraccia quella visione alla Boards Of Canada su Marte che è Magnitogorsk. Musica libera da schemi, coraggiosa nel suo mostrarsi nelle sue continue modificazioni e stratificazioni, capace di evocare mondi in apparenza anche distanti e fondamentalmente eretica. E non ce ne voglia l’Ayatollah Khomeini citato in esergo al disco (“È consentito ascoltare musica purché non sia per divertimento personale”) ma qui di divertimento, in senso di godimento auricolare, ve ne è in abbondanza. Parafrasiamo e concludiamo con un bel “il post-rock è grande e gli Iran sono il suo profeta”.
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