Recensioni

Se è vero che il blues è il “pan del diavolo”, questo duo palermitano lo mastica che è un piacere. Non solo: lo metabolizza, lo trasforma in un ibrido a base principalmente di folk (l’assetto acustico – chitarre, grancassa, sonaglio – è imperativo) e di vita vissuta, fatta di disgrazie quotidiane affrontate con irriverente sberleffo e parodistica, ironica disperazione. Genuinità, spontaneità e freschezza sono le armi più affilate dell’arsenale di Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo: una formula personale che si riversa prepotente ed esplode fragorosa nelle quattro tracce di questo dischetto d’esordio, pubblicazione #1 della neonata 800A Records, affiliata con quella Malintenti già dietro le interessanti uscite di Don Settimo e Toti Poeta. Come nel caso di quei dischi, parlare di “segnali positivi provenienti dalla Sicilia” è semplicemente riduttivo: questa è musica che guarda ben aldilà dello Stretto, pur cibandosi di sensazioni, attitudini, istinti fieramente locali. Vengono in mente tanto i Violent Femmes quanto il miglior Bennato, oltre al quasi ovvio Rino Gaetano (riferimento obbligato per la visionarietà dei testi, fra piante cresciute dal ginocchio, volti cancellati con le mani e così via); il tutto caratterizzato da una vocalità sopra le righe che galleggia fra toni rock blues quasi urbani (Coltiverò l’ortica, complice la mano del produttore Fabio Rizzo, già in Waines e Second Grace, altre due formazioni in espansione libera dal capoluogo siciliano) e rockabilly forsennati (I fiori, Stile roberto il maledetto), pestati al ritmo di una festa di paese.
In attesa di una conferma sulla lunga distanza consigliamo di tenerli d’occhio, perché quel poco che queste canzoni promettono varrebbe già tutta l’attenzione di solito riservata ad altri act indie nostrani più in vista – a nostro avviso, da qui si possono sviluppare gli anticorpi contro la depressione da “anni zero” di Vasco Brondi e delle sue Le Luci della centrale elettrica; perché per scacciare via il blues – chase the blues away, come diceva Tim Buckley -, in fondo, non c’é niente di meglio di una sonora pernacchia.
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