Recensioni

C’è un’energia febbrile per il ritorno dei TOY in Italia. Non una di quelle in cui una folla di persone impaziente aspetta che i cancelli vengano aperti per accaparrarsi uno spazio in prima fila, qualcosa di più intimo, un’occasione rarissima da prendere al volo, senza pensarci un momento e, magari, un giorno raccontarne una versione stilizzata in una domenica d’estate. La vigilia è delle più promettenti, il quarto album della formazione uscito alla fine di gennaio, Happy in the Hollow, ne sublima suggestioni e sound. La loro proposta ha trovato una reale collocazione senza assecondare alcun tipo di pubblico (si noti, appunto, l’assenza di singoli radiofonicamente spendibili), ma con il solo obiettivo di porsi al di sopra dello stile e del facile cedere al ricatto dell’orecchiabilità.

Sul palco, poi, l’alchimia è delle più invidiabili: Tom Dougall conserva gelosamente il suo fascino da dannato per tutta l’esibizione, salvo concedersi di tanto in tanto qualche scambio col pubblico, letteralmente ai suoi piedi; a Maxim Barron, quindi, il compito di interpretare la molla impazzita del palcoscenico, con il suo atteggiamento ora divertito ora serissimo e malinconico a seconda del brano da interpretare. Già, perché il live al Circolo Ohibò dello scorso 6 marzo non solo ha dato modo di toccare con mano il talento compositivo e strumentale dei cinque di Brighton, ma anche di apprezzarne le doti interpretative, quasi si fossero costruiti addosso l’identikit di diversi personaggi di finzione: il vocalist maledetto ricorda Ian Curtis nello sguardo e Liam Gallagher nella postura ingessata e penitente, il bassista è quel compagno di scorribande con la battuta sempre pronta, esuberante ed estroverso; Dominic O’Dair alle chitarre fa il suo con mestiere e con l’aria di chi non ha molta voglia di apparire pre-confezionato sotto i riflettori, mentre Max Oscarnold non distoglie mai l’attenzione dal suo sintetizzatore per rendere al meglio l’atmosfera in sala; dietro, a dettare tempi e ritmo ora forsennati (è suo il miglior assolo visto sul palco nella serata) ora più distesi, la batteria di Charlie Salvidge, che non esita di tanto in tanto a concedersi vocalmente.

Al netto di alcuni grossolani fastidi derivanti da una non perfetta sincronizzazione degli amplificatori – problemi riscontrati già in zona soundcheck e non completamente risolti (forse anche a causa della natura del locale, non proprio agevole) – quello dei TOY è un live costituito tanto su basi solide (la loro proposta a base di psichedelia, dream e krautrock è ormai assimilata e riconoscibile) quanto sul miglior spirito brit rock oggi a disposizione dell’ascoltatore. In scaletta c’è spazio per un po’ di tutto: dagli esordi dell’album eponimo, passando per il clamoroso Join the Dots e il più radiofonico (e cinematico) Clear Shot; il grosso è ovviamente per l’ultima fatica in studio. Un album dallo sforzo produttivo considerevole, il primo per Tough Love Records e anche quello dove la band, per la prima volta, si autoproduce. E si sente.

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