Recensioni

7.7

Tra il 2021 e il 2022 almeno due mostre hanno avuto per titolo “Brutal Tenderness”. Quella di Roland Persson alla galleria Helsinki Contemporary e il progetto allo studio creativo Golab di Milano che ha raggruppato il lavoro di nove artiste italiane nate tra il 1997 e il 2000. Persson «scava in profondità nelle strutture del mondo costruito dall’uomo e nei nostri modi di viverlo e di esistere in esso», mentre il manifesto dell’evento italiano recita: «Siamo convinte che la solidarietà sia un atto radicale che ciò avvenga in maniera critica e che i contesti non siano immutabili, bensì una serie di scelte ponderate tra una sfera personale e una politica».

In quegli stessi mesi gli Idles avevano pubblicato e portavano in giro il loro quarto album, Crawler, dove cominciava a emergere un concetto sonoro nuovo per la band. L’euforia violenta del passato veniva adesso canalizzata nell’intensità di ritmi rallentati, pause e crepe attraverso cui passava nuova luce. Una dolcezza brutale, appunto.

Era un album di «passaggio» – ce lo aveva confermato lo stesso Mark Bowen in un’intervista – ma, come scrivevamo su queste pagine, «ugualmente importante» perché lasciava «presagire le vette che la band può toccare continuando a esplorare il suo sound». Ora che è arrivato Tangk, la «cazzata» a cui crede Talbot diventa reale. Ha definito così la sua paura che «ci sia una mancanza di potenza nell’essere aggraziati». Come se Dylan Thomas lo ossessionasse con i suoi versi: «Non andartene docile in quella buona notte […] Infuria, infuria, contro il morire della luce». Ma perché non essere entrambe le cose, una dolcezza brutale?

In Tangk la potenza non è quella del mosh pit. Nei primi due dischi il quintetto di Bristol urlava rabbioso contro la Brexit, il razzismo dilagante nel Regno Unito, lo stato d’abbandono del Sistema sanitario nazionale. Loro non si definivano punk, concentrandosi sul messaggio e cercando di smarcarsi dalla modalità con cui lo esprimevano. Poi, come ha detto Talbot, «volevamo assassinare l’idea di ciò che gli Idles erano per tutti gli altri», questo è successo con i temi e con i suoni: i demoni personali passati e presenti – come una seduta di terapia – hanno preso il sopravvento, la muscolarità è stata declinata in altre forme. Come dice Bowen, Talbot perfeziona la sua capacità di «essere astratto ma anche ad andare al punto».

Il cantante ha spiegato come «queste canzoni sono la mia versione dell’amore che, in passato, è stato molto oscuro e spezzato. Ho imparato a esplorare queste emozioni, ed è per questo che sono in grado di essere vulnerabile in questo disco». La sua, infatti, è anche un’evoluzione personale. Durante la gestazione del primo album aveva perso sua madre dopo averla assistita per sei anni a causa di un ictus, l’atto di resistenza del secondo disco risentiva di un’altra perdita, quella di sua figlia neonata. Il terzo episodio della band ha funzionato per il cantante come una terapia di purificazione da tutto ciò che è tossico, un percorso che in Crawler si è fatto ancora più intimo. Adesso, leggere a sua figlia Frida la fiaba di Esopo La tramontana e il sole gli ha fatto capire che gli Idles hanno sposato da tempo la morale del racconto: la persuasione è più potente della forza.

Co-prodotto da Bowen, Kenny Beats e Nigel Godrich, Tangk nei suoi primi secondi ha già esercitato tutto il suo fascino su chi sta ascoltando. Con un incedere avvolgente, un pianoforte circolare che ricorda Erik Satie e strappi di elettronica, Idea01 ci traghetta nel nuovo mondo degli Idles, dove la voce di Joe Talbot si arricchisce di sfumature inesplorate. Il crooning già ascoltato in Crawler ora è solo uno dei livelli d’intensità che la sua vocalità attraversa. È delicata. È potentissima. Gift Horse riporta le lancette indietro al vigore di Ultra Mono, la sua protagonista è Frida, la figlia del cantante, a cui Talbot è maggiormente legato dopo la separazione dalla madre della bambina. Una bambina «così cruda, io le do amore e lei me ne dà di più!».

In Pop Pop Pop lo zampino di Godrich è percepibile dal suono inconfondibile di una sua ossessione sin dai tempi degli Atoms for Peace, la serie Prophet – in particolare il 6 e 8 – della Sequential. Il beat del brano è ipnotico, così come il cantato di Talbot. Roy ha una ritmica difficilmente associabile agli Idles ma è una perla. La voce ricorda nel pre-ritornello i dimenticati ma talentuosi Lewis Del Mar – almeno quelli dell’album di debutto – e il basso si tira appresso le strofe vuote che poi esplodono in un ritornello epico. A ogni «Babe!» sembra che il mondo stia per crollare, ma qui più che un muro di suono, c’è uno spazio imponente e travolgente.

A Gospel è un’altra vetta emotiva del disco. Una litania notturna cerca di rimanere aggrappata a un piano che galleggia sul riverbero, poi arrivano bordate in lontananza di chitarre in overdrive, archi accennati. È una sospensione onirica, un incantesimo. Tu sei lì inerme a seguire una performance vocale struggente e disarmante nella sua semplice bellezza. Serve qualcosa per smorzare l’emozione, quindi un passato rivitalizzato dai cori di James Murphy e Nancy Whang degli Lcd Soundsystem è quello che fa la caso di Dancer, una canzone da cantare a squarciagola e da ballare. Chi ha definito gli Idles “tender hooligan” avrà avuto l’intuizione su quel «Dance, oh dancе, d-d-dance!».

In Grace il basso sembra non riuscire a scrollarsi di dosso la seconda parte di Gosh di Jamie XX, mentre il suo drumming regge un arrangiamento minimale, perché applicare la vecchia lezione di lavorare per sottrazione è sempre cosa buona e giusta. Infatti, la sterzata sinistra nel ritornello sposta gli equilibri e ti conquista senza troppe storie. Non ne fa nemmeno Hall & Oates, un garage rock acido sputato in faccia che rappresenta per Talbot anche un modo di esprimere un altro tipo di amore, quello verso il proprio padre, che «ha trasformato il perdono in un’arte». Jungle tiene fede al titolo con una ritmica iniziale tribale, per poi buttarsi giù da una scogliera altissima su di un ritornello esplosivo, che ti culla in maniera violenta e dolce allo stesso tempo.

Quando si avverte la mancanza di quella sana ruggine che gli Idles si portano da Bristol, arriva Gratitude a far volare via tutto. Ma non subito. Prendi la scena di Inception, la tensione che si crea quando Dom Cobb (Di Caprio) sta facendo la sua prima lezione ad Arianna (Page). Ecco, fai vibrare quella tazzina di caffè un paio di volte e tieniti forte per il terremoto. Anche il testo ti esplode tra le orecchie, quando Talbot s’immagina quella decina di persone che «potrebbero piangere» accorse al funerale di un alcolizzato. Il suo, se avesse continuato a scendere giù per quella spirale di disperazione, alcol e droga. Monolith chiude un disco imprevedibile affidando la sua meditabonda oscillazione alle note finali di un sax, una liberazione in tutti i sensi.

Bentornati Idles, più imprevedibili, profondi e potenti che mai. Perché non basta urlare «Fanculo il re!» per sfogare la rabbia verso un presente così drammatico. Devi trasformarla in amore, in gratitudine verso le persone che rendono la tua vita migliore, come uno scricciolo di appena quattro anni che hai chiamato Frida, ecco, «lei è il re!». Questa è la storia di come si sposta più su l’asticella, la dimostrazione che la persuasione è più potente della forza. È una rivoluzione. Una dolcezza brutale, appunto.

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