Recensioni

Tra i nomi a cui questo libro è dedicato, c’è anche quello di Mark Fisher, “alias K-Punk”. La cosa non mi ha stupito. Non troppo, almeno. Durante la lettura mi è capitato spesso di pensare a quanto Ian Penman e Simon Reynolds (che di Fisher ha condiviso visioni e idee, oltre ad essergli stato amico) siano simili per ampiezza di pensiero e lucidità. Eppure, tra i due passa una differenza sostanziale: laddove in Reynolds sembra di avvertire una spinta analitica espansiva, un tentativo di connessione – spesso frenetico, talora ossessivo – con il mondo contemporaneo, ovvero con tutto ciò che accade, il processo analitico di Penman segue il percorso inverso, il suo pensiero ruota cioè verso l’interno, segue il solco a spirale che dalla percezione dei segni esterni si dirige dentro, verso il centro della sua ossessione a forma di disco. Ebbene, sì: è proprio al solco del vinile che allude la “curva strada” del titolo.
Inglese, tra i più noti e autorevoli critici musicali in attività, Ian Penman ha scritto per testate prestigiose quali NME, Uncut e The Wire, attualmente è contributor per The London Review of Books e per il periodico statunitense City Journal, sui quali hanno visto la luce i saggi contenuti in Mi porta a casa, questa curva strada (a proposito: si tratta di un verso tratto da una poesia di W.H. Auden). In primo luogo, va detto che siamo di fronte a una grande penna, la cui disinvoltura è pari alla sottigliezza abbacinante delle sintesi e delle intuizioni. Quest’ultime, seppure ben contestualizzate ovvero connesse allo spirito del loro tempo, sembrano più che altro cercare una qualche forma di accordo tra sensazione intima e percezione diffusa, tra il dentro del Penman critico-ascoltatore-appassionato e il fuori dell’immaginario collettivo, azzeccando proprio in questo “movimento” il loro punto di forza. In poche parole: a Penman sembra interessare più l’ascoltatore che l’ascolto, più la percezione che il medium. Come dargli torto?
Gli otto mini-saggi qui raccolti hanno il passo e il respiro dei long-form da rivista: una ventina di pagine ciascuno, ad eccezione di quello su Prince che se ne aggiudica il doppio (con pieno merito). Sono tutti molto godibili e a tratti illuminanti, ma lo sono proprio per la capacità di Penman di esprimersi con chiarezza minerale, distillando intuizioni e visioni nell’alambicco di una cultura duttile e ben ramificata. Ad esempio, a proposito di Donald Fagen e degli Steely Dan ti butta lì una considerazione che t’inchioda: “Le frontiere sono i posti dove le cose finiscono e iniziano. Sta tutto nella gradevole tensione tra regole severe e faccia tosta per infrangerle”. Non hai neppure bisogno di pensarci troppo, lo senti che è una delle migliori definizioni possibili della musica targata Fagen & Becker.
Oppure vedi la brillantezza implacabile con cui, nel capitolo dedicato a Elvis Presley, rovescia il paradigma classico del musicista bianco che ingentilisce la “selvaggia” musica nera: “Forse ciò che la cultura di massa americana abbracciò e accettò davvero in Elvis fu un magico e inaspettato capovolgimento, la combinazione di garbatezza nera e carnalità bianca.” A proposito di Charlie Parker, Penman raggiunge invece un punto di equilibrio disarmante tra understatement e lirismo: “Entri in scena, soffi e dai forma a qualcosa di talmente espressivo, dalla tecnica talmente feroce, dalla sensibilità emotiva talmente spiccata, che qualunque necessità di dilungarsi negli ‘ah, tra l’altro’ delle note a piè di pagina scompare.” E che dire del bellissimo, impietoso capitolo dedicato a Prince: “Forse si rifugiò in un tenebroso spazio interiore perché pativa un tipo di sofferenza che non aveva mai imparato a esprimere; oppure perché si conosceva abbastanza bene da sapere che, laddove avrebbe dovuto custodire certi sentimenti, c’era il vuoto.”
Quella di Penman è insomma una scrittura che si muove rilassata ma risoluta tra devozione e dissacrazione, capace di ammiccare al lettore col garbo dell’amico geniale di lunga data (quello con cui chiacchieravi sempre nel tuo negozio di dischi o nel tuo pub preferito) ma anche di non farsi scrupoli se c’è da rovesciare l’idolo di turno (canzone, disco o musicista che sia). Ci si potrebbe fermare qui e lasciare alla lettura il piacere di svelare tutto il resto (che è molto ed è bello). Tuttavia, resta da aggiungere una considerazione – come dire – a latere, figlia di un dettaglio importante: ogni capitolo-articolo è stato concepito come una rassegna critica dedicata a saggi musicali e libri biografici dedicati a un artista (o a una cultura, nel caso di quella Mod). Sembra un dettaglio da poco, ma forse non lo è.
Siamo in flagrante presenza cioè di un “libro di libri”, anzi nello specifico di un “libro di musica su libri di musica”. Rispetto alla consueta critica musicale, quello che leggiamo si colloca un po’ più in là, a un grado di separazione più distante dalla pura e semplice manifestazione sonora della musica. Eppure, mi è sembrata una delle esperienze musicali più vive che mi siano capitate da un pezzo a questa parte. È forse un ulteriore segnale di come le esperienze legate alla musica (rock) si stiano spostando sempre più sul piano della rielaborazione critica/letteraria? Significa forse che la vaporizzazione dei supporti abbia spinto e stia ancora spingendo verso altre forme di fruizione più – come dire – concrete, tangibili? Come se l’ascolto sclerotizzato, frammentato, pixelato ai tempi dello streaming tentasse di recuperare la perduta organicità nei tempi, nelle forme e nelle strutture della letteratura? Come se la nostalgia (retromaniaca) fosse innanzitutto nostalgia dell’esperienza esclusiva, immersiva? Oppure, infine, non sarà che tutto questo è il rimbombo di un ordine perduto di cose a cui noi boomer non sappiamo rassegnarci (ma anche sì, in fondo)?
Niente male, come punti da ponderare. Mettiamola così: intanto godetevi questo libro. Seguite la “curva strada”. Tornate a casa. Poi magari, chissà, ne riparliamo.
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