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Il termometro dell’auto registra appena 10°C quando arriviamo nei pressi dell’ex GIL – noto ai più come ex Cinema Eliseo – progettato dall’architetto Enrico Del Debbio e che a partire dal 1966 ha ospitato diversi appuntamenti del Laceno d’oro – Festival del cinema neorealistico durante i quali sono stati premiati registi e attori del calibro di Lattuada, Scola, Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Monicelli. Dopo un incendio che ne ha devastato gli spazi interni e anni di incuria, la città di Avellino pare stia provando a stringersi intorno ad una serie di iniziative volte a riaccendere l’attenzione su una struttura che ben si presta ad accogliere manifestazioni culturali, anche di caratura internazionale.

È (anche) il caso della prima edizione di Out Here Festival, una mini-rassegna spalmata su quattro date comprese tra Marzo e Maggio e che vede sopraggiungere nel più boschivo Sud (la stessa batterista Valentina Magaletti ne esalterà i paesaggi bucolici durante il live) alcuni dei nomi passati sotto la lente di ingrandimento anche su queste pagine. Potremmo, a questo punto, aprire una larga parentesi sul celebre adagio dell’ “Italia a due velocità”, declinato in termini di proposte musicali, concerti e tour che (quasi mai) superano le colonne d’Ercole romane, allargando lo sguardo a riflessioni sulla mancanza di infrastrutture, sostegni e fors’anche convinzione per poter pensare di creare un progetto duraturo ed altisonante – sebbene il caso Todays Festival di Torino pare confermare un trend assolutamente negativo da questo punto di vista – ma preferiamo soprassedere.

Date le premesse, è inevitabile che una rassegna come OH! susciti un certo clamore, oltre che attesa, e non è un caso che il primo appuntamento con protagonisti lo strambo ensemble di stanza a Londra, Vanishing Twin, abbia registrato un inatteso tutto esaurito. In un’atmosfera rilassata – forse anche troppo per via delle poltroncine da sala cinema che caratterizzano lo spazio dello show – alle 22 circa, la band guidata dall’eclettica polistrumentista Cathy Lucas imbraccia gli strumenti ed inizia a prendere confidenza con gli insoliti spazi dell’Eliseo.

Il loro è un avvio contratto, colpa anche di una distanza col pubblico condizionata dall’architettura della sala che – ad intervalli – la stessa Lucas non si riserva di sottolineare. Ma basta poco, il tempo di iniziare a macinare suoni e a plasmarli allo spazio circostante, che il set inizia a mostrare il suo volto più muscolare ed eclettico ma anche etereo, leggero, quasi inafferrabile. Dal vivo la band conferma quanto di buono ascoltato su disco, su queste pagine inquadrato come “flusso indistinto, ipnotico, insistente, di stimoli sonori, inclusi i rumori, un’astrazione eterea, sognante, di qualcosa che un tempo si sarebbe potuto chiamare raccolta di canzoni”.

La sensazione in live, infatti, è perfettamente la medesima con ogni singolo atomo dell’ensemble in perfetta coesione e cooperazione al fine di creare un universo sonoro stratificato e denso, con strumenti che si inseriscono e scompaiono bruscamente in un vortice che disorienta e sconquassa: basti pensare a quanto sia destrutturato l’approccio all’elemento chitarristico, ora centrale altre solo a far da contrappunto, altre ancora a disegnare confini immaginifici, contornare, cesellare l’inafferrabile; o ancora quanto multiforme e sfaccettati siano i tempi dettati da una Magaletti in una forma smagliante (è lei a giganteggiare durante l’intero set) e che intaglia, sullo scontornato dadaista di Lucas e soci, atmosfere ora cupe, altre sincopate, altre ancora eteree pescando da quell’immaginario che ha contraddistinto il più recente AfternoonX: miscela densa a base di minimalismo, kosmische, post punk, psichedelia, dream pop e field recording.

In appena settantacinque minuti filati, bis compresi, i Vanishing Twin centrano l’obiettivo che seguitano in quella ricerca partita da The Age of Immunology, passata per Ooki Gekkou e sconfinata nell’ultima prova: dare pochi punti di riferimento, sparigliare le carte, essere parti di un tutto che vada oltre la forma-canzone tradizionale, non auto-intrappolarsi in ruoli prestabiliti nella misura in cui ogni elemento della band debba essere disposto ad interfacciarsi – ognuno con il proprio background ed estro – con tutti gli strumenti presenti sul palco che spaziano dai fiati, alla componente elettronica, tastiere, basso e batteria. Forse, data l’alta godibilità della proposta, l’unica nota dolente è individuabile nella durata (relativamente) breve del set ma, prima dei saluti di rito, la band si è congedata con un caloroso “Arrivederci!” che fa ben sperare anche per il futuro del loro stesso progetto.

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