Recensioni

TOP
7.5

Si ricompattano e si slanciano di nuovo in avanti gli Horse Lords a distanza di un anno da Extended Field, l’ottima collaborazione con Arnold Dreyblatt per la collana FRKWYS della RVNG Intl. In questo lavoro i quattro americani (Max Eilbacher a basso e computer; Andrew Bernstein a sax, percussioni e computer; Sam Haberman alla bateria; Owen Gardner alla chitarra e percussioni) si ricompattano nella formazione storica dopo che nell’album precedente, per una mera questione logistica vivendo praticamente tutti in Germania, il posto di Sam Haberman era stato preso dal nostro Andrea Belfi. Nello stesso tempo riescono a spostare sempre un po’ oltre l’asticella della proposta rimanendo, però, più che fedeli a un suono che è sì, più che conosciuto e quasi storicizzato, ma sempre reso in forme personali e ben riconoscibili al punto che non sarebbe del tutto azzardato affermare che, come gli Horse Lords, oggigiorno suonano pochi gruppi e che, viceversa, gli Horse Lords suonano solo come loro stessi.

Quindi all’interno di una griglia sonora più che definita che trova tra ascisse e ordinate – e con tutte le variabili trasversali del caso – minimalismo, krautrock, afrobeat e poliritmie quasi math-rock, ecco che i nostri infilano il trombone di Weston Olencki, il clarinetto basso di Madison Greenstone e, addirittura, le voci di Nina Guo e Evelyn Saylor. Se i primi impreziosiscono il suono di svolazzi jazz dagli umori molto liberi (A City Yet To Come o Brain Of The Firm per citare un paio di pezzi), le voci sono usate ovviamente, e ci si sarebbe meravigliati del contrario, in forme eterodosse, ovvero come elementi sonori e non come voci intese canonicamente, come indica da subito lo schizzo in apertura Eureka 378-B, una alienata e alienante mini-nenia extra-umana.

Pezzi come il citato Brain Of The Firm riprendono il gusto per la reiterazione e la circolarità, altrove (Playing And Reality) è una specie di afrobeat trattato alla maniera del cubismo a prendersi la scena, altri in cui lo spettro del motorik krauto che funge da scheletro del pezzo si impreziosisce di moderne variazioni sul tema (Second Galactic Utopia) spostando il tutto verso una sorta di funkettone from outer space, o, come nel caso della fluviale conclusione affidata agli oltre 8 minuti della title track, riescono a condensare tutte le anime, tutti gli input, tutte le dinamiche suaccennate, perfetto esempio di rigore applicativo e gusto per l’apertura insolita nella costruzione di una architettura sonora allucinata e multiprospettica, giocosa e ipnotica.

In una discografia ormai più che corposa, Demand to Be Taken to Heaven Alive! si pone pertanto come un disco che consolida e conferma ma che al tempo stesso apre a nuove soluzioni e nuove visioni, dimostrando ancora una volta lo spessore della formazione americana.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette