Recensioni

Emil Amos, già membro di Grails e Om, torna a nome Holy Sons con un secondo disco marchiato dalla label di Chicago Thrill Jockey, Fall Of Man. Essere parte di qualcosa di corale ha forse condotto il cantautore e polistrumentista di Portland a desiderare la solitudine, tanto da fondare un progetto tutto suo, caratterizzato dai richiami psych e post-rock, sebbene ancora strettamente legato al panorama folk.
Fall Of Man è un decalogo che esplora i territori dell’intimismo e indaga nel profondo dell’animo quasi con una funzione psicologica, di certo sempre alla luce di un’allure uggiosa e intrisa di malinconia. Nelle immagini cupe e in bianco e nero che nascono dagli arrangiamenti dei brani si riflette una grande capacità di songwriting che affronta temi attuali quali il capitalismo e le ipocrisie del mondo di oggi (Mercenary World, la title-track arricchita dal sound vintage della drum machine e Discipline ne sono i principali paradigmi). A differenza dello stile home-made dei lavori precedenti, qui Amos – che suona praticamente ogni strumento presente nelle tracce – si avvale della collaborazione di Brandon Eggleston (Mountain Goats, Swans), Al Carlson (Oneohtrix Point Never) e Jeff Saltzman (Grails), mantenendo comunque una patina lo-fi per l’interezza dell’album.
Il rock anni Settanta è un importante punto di riferimento per Holy Sons, il quale va ad omaggiarlo soprattutto in I Told You e nella più stoner Being Possesed Is Easy. Giunge l’eco dei Black Heart Procession da Out Of Sight, sostenuta da arpeggi chitarristici e voce, attorno a cui si sviluppano i crescendo dello sfondo sonoro. Boil It Down è una ballad influenzata dai 60s, mentre Aged Wine (l’unica eccezione “corale” per il poliedrico Emil, poiché vede al basso Brian Markham e Adam Bulgasem alla batteria), specie negli assoli, risente in parte della scena hard-rock madre dei Deep Purple.
Fall Of Man è un disco ben fatto e scorrevole, ideale per chi abbia voglia di ascoltare qualcosa di sperimentale e al contempo dal taglio classico.
Amazon
