Recensioni

Gli Hold Steady arrivano al quarto disco dalla prospettiva di chi, senza nemmeno farci troppo caso, si è trovato sulla proverbiale sedia che scotta. La storia è quasi da mitologia: una band messa su “just for kicks” da cinque disillusi musicisti over-30, poi diventata un affare via via sempre più serio: d’altronde se allestisci una macchina capace di produrre a getto continuo un rock tanto muscolare, epico, colto, alcolico, sorta di miracolosa via di mezzo fra la E Street Band e i Replacements, è inevitabile finire per trafiggere il cuore di quei tanti per cui il r’n’r è ancora una cosa che può salvare la vita (à la Thunder Road, per capirci). Pure se l’eco del fenomeno da noi è a malapena appena arrivata, c’è ormai un esercito di fedelissimi che li adora, gli Hold Steady, fra fan ultra-trentenni (e anche giovanissimi, che vi credete), redattori attempati di riviste inglesi e perfino qualcuno a Hollywood (Sofia Coppola e John Cusack, per dirne due).
Per tenere alta l’adrenalina, cosa allora meglio di un album veloce, immediato e urgente come Stay Positive? Rispetto allo scorso Boys & Girls in America – il terzo disco, quello dello sdoganamento -, la comunicazione è ancora più diretta, meno verbosa e concettuale, in your face (come dicono gli inglesi); a partire dall’elettricità ’80 di Constructive Summer (più R.E.M. dei R.E.M. stessi), poi sparata senza pietà attraverso altre cartucce veloci (Navy Sheets, Yeah Sapphire), senza rinunciare alle solite epopee di perdenti in anthem come Lord I’m Discouraged (Big Star dietro l’angolo) e Sequestered In Memphis, prossima favorita ai concerti. Aldilà di provvidenziali scremature e di una maggiore scioltezza e sicurezza (doti che di fatto annullano i difetti delle prove precedenti), la cosa che più ci piace di Craig Finn e i suoi è, in ultimo luogo, la capacità di parlare col cuore in mano (e il bicchiere nell’altra), senza paura di essere tamarri quando gli pare e piace (i cori da bar di Stay Positive, il solo col talking box -! – di Joke For Jamaica, il clavicembalo barocco di One For The Cutters), ma comunque certi di colpire dritti nel segno. Come nella conclusiva Slapped Actress, un drammone rock (ispirato da La sera della prima di John Cassavetes) di quelli che il Boss non scrive più da un po’.
Amazon
