Recensioni

Folk intimista, etereo songwriting e pop decadente. Sono gli ingredienti mescolati dal cantautore Hide Vincent, all’esordio con l’omonimo album. Un ritratto acerbo dai lineamenti morbidi e carezzevoli. Note cullanti che raccontano e provano a rassicurare, accennando a motivi autobiografici, riflessioni, ricordi e tutto ciò che attraversa e scalfisce la personalità di un giovanissimo armato solo di chitarra e versi frangibili.
Hide Vincent sorprende per una maturità che, pur attingendo ad universi immaginifici orditi in seno all’Irlanda di Rice o alla parabola ascendente di Keaton Henson, riesce a filtrare parte di quel groviglio viscerale in un alternarsi di arpeggi e trame dorate di violoncello (Blood Houses). Una tessitura sonora raffinata – vicina alla produzione del Benvegnù più ispirato o degli stessi Perturbazione – che da un lato arricchisce l’aura primordiale del disco, dall’altro riesce con naturalezza a sussurrare sensazioni di velata malinconia. Grumoso nell’essenza ma fluido nell’assimilazione, Hide Vincent è un disco figlio del misticismo di Kozelek (White Sun) o del Bon Iver di For Emma, Forever Ago, ed in linea con una schiera esterofila d’artisti nostrani (penso a Wrongonyou) alla ricerca del proprio posto nell’universo frastagliato del panorama musicale italiano. Il mood umbratile del disco soffia costantemente verso le distese irlandesi e in scaletta compare anche una cover direttamente da O (Delicate, inevitabilmente) che ci accompagna in un finale inaspettatamente sofferto, frutto di archi, colpi sordi e sogni taglienti come lame (Yellow Lights and Blue Seas).
Nel mare di seduzioni a buon mercato in cui l’universo indie italico va barcamenandosi, esperimenti che testimoniano un ritorno all’essenzialità sono da salvaguardare. Hide Vincent non insegue le nuove trame della folktronica (l’assenza di vocoder ed elettronica sa essere anche piacevole), anzi si fa portavoce di un’asciuttezza acustica encomiabile: una fibra folk struggente e in grado di sanguinare.
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