Recensioni

Prominence è il secondo atto del progetto solista di John Peña, ex bassista dei Beach Fossils, e segue il bell’esordio Talent del 2012, passato forse ingiustamente un po’ in sordina anche per via del livello altissimo delle contestuali altre uscite Captured Tracks dello scorso anno (si vedano Wild Nothing, DIIV e Mac DeMarco fra gli altri). Registrato nello stesso identico appartamento del predecessore, è il risultato di una selezione quasi maniacale che ha comportato la precedente eliminazione di un intero album fatto e finito perché non considerato, dallo stesso Peña, sufficientemente intenso a livello emotivo. Questo atteggiamento quasi perfezionistico e l’incessante cura per il dettaglio si riflettono anche all’interno dei pezzi, un concentrato di strati e sovrapposizioni posizionati ognuno al posto giusto e nel momento giusto, mantenendo uno standard di pulizia del suono quasi cristallino. Pop songs affogate nei riverberi con il falsetto di Peña che si muove languido e caldo su tappeti di synth ariosi e scintillanti ed un’estetica dreamy con la costante della tropical vibe.
L’autunno inoltrato della data d’uscita è difatti quanto mai fuorviante, se associato alle coordinate lungo cui si sviluppa questo insieme irresistibile di melodie pop: balearic nel senso più puro del termine e costante malinconia per le assolate giornate estive appena trascorse. Lenghts e Complete – il primo singolo – disegnano da subito immagini coi suoni, catapultandoci, sulla scia di chitarre caldissime e morbide basslines, all’interno di ville sull’oceano svegliati solo dal rumore dei gabbiani in lontananza. Il mood è molto simile a quel che era già emerso in Talent lo scorso anno ma, laddove il risultato appariva talvolta ancora incompleto ed acerbo, ora il lavoro ossessivo di Peña sembra trovare il compimento definitivo in questo Prominence, esempio reale e concreto di uniformità nelle scelte stilistiche e di immaginario che mantiene, allo stesso tempo, la capacità di non stancare mai.
Splendidi i rimandi agli XX con slanci da dancefloor latino di Forever e i campanelli e i suoni di xilofono con annesso incantevole special di acustica in salsa caraibica di Thin, ma in definitiva è estremamente complicato andare a scegliere un brano preferito tra i nove che compongono la rapida mezzora di questo secondo album a firma Heavenly Beat: una raccolta di potenziali singoli all’interno di un contesto ben definito e coeso che si spera possa raccogliere più proseliti di quanti ne aveva raccolti il predecessore.
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