Recensioni
Hamilton Santià
Sotto traccia - Una storia indie contemporanea
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Stefano Solventi
- 3 Maggio 2024

Un fantasma si aggira da anni nel mondo dei rockofili. Non ha forma, densità né altre caratteristiche troppo definite. Ha iniziato a mutare fin dal suo apparire, trasfigurandosi fino a somigliare al proprio stesso negativo, adeguandosi e adattandosi come uno Zelig scivoloso e ipercinetico. C’è chi lo considera un concetto, una visione del mondo, una tassonomia economica, uno stile o persino un sentimento. Personalmente, non ci ho mai capito granché, almeno fino a quando non ho deciso di farci pace e considerarlo un termine ombrello da usare quando è il caso di tenersi un po’ sul vago, girando attorno a quella certa cosa che… Ok, non è facile. Comunque, sto parlando del famigerato “indie”.
Forse il motivo per cui ogni volta che pensavo di averne intuito il senso tornavo puntualmente al punto di partenza, è perché non l’ho mai realmente vissuto. Non come sarebbe stato giusto viverlo, intendo. Proprio così: si tratta di una questione anche generazionale. Quelli della mia età, nativi analogici folgorati sulla via del digitale, sono arrivati troppo tardi e al tempo stesso troppo presto per troppe cose. Il che ha rappresentato un vantaggio (ad esempio, siamo saliti sul carro prima che la deregulation de-regolarizzasse troppo) ma ha rappresentato un ostacolo alla visione piena e profonda di certe questioni. Giusto quindi che il tentativo di sciogliere i nodi attorno all’indie – vale a dire: di cosa cavolo stiamo parlando – sia portato avanti in maniera strutturata e profonda da un millennial, da uno che ha avuto appunto la ventura di trovarsi nelle more giuste al momento opportuno.
Hamilton Santià, classe 1986, è chitarrista degli ottimi The Wends ma anche – non secondariamente – giornalista, stante le collaborazioni con il fu Mucchio Selvaggio, Esquire, Rolling Stone, Linkiesta e – last but not least – Sentireascoltare. In più, qualche anno fa – nel 2011 – ha pure pubblicato un libro, Oasis. Be myself: Testi commentati (Arcana). Col qui presente Sotto traccia (dal sottotitolo assai esplicativo: “Una storia indie contemporanea”) si mette all’inseguimento dell’indie individuando la sua probabile scaturigine nella morte di Kurt Cobain e proseguendo fino al presente, cercando di afferrarne la sagoma, di tracciare i contorni del suo emergere.
Ricorrendo alla casetta degli attrezzi del personal essay, Santià affresca con trasporto e disincanto, districandosi agilmente tra angolazione analitica e ironia accorata, restituendo il sentire di un’epoca che lo ha visto, bambino, avvertire il fallout epocale del suicidio del leader dei Nirvana, turning point da cui si sono diramate situazioni rock (e oltre) che hanno segnato in profondità la fine del vecchio millennio e l’inizio del nuovo. La rievocazione è sottoposta a un bilancio costante, al suo senso visto da qui, col senno di un dopo (di una maturità) che non fa prigionieri. Da cui il via libera a sentenze folgoranti e agrodolci che rendono effervescente la lettura. Vedi ad esempio una delle mie preferite, riguardo all’implacabile capacità del “sistema” di ricondurre al proprio codice anche le circostanze più refrattarie: “Inizi in uno scantinato umido di Manchester e poi ti ritrovi i Coldplay. Oppure ti spari un colpo di fucile perché è tutto troppo pesante e insostenibile e poi arrivano i Bush”.
La regola del memoir prevede la dissezione emotiva, la persistenza della prossimità con il narrato, la facoltà cioè di sbirciare lo sgranarsi della Storia con gli occhi di chi, beh, era proprio lì in mezzo, con i sensi regolati nel modo giusto. Ecco quindi che, fatti i conti con l’immediato dopo-Cobain, tocca al brit-pop irrompere sulla scena, che per il Santià undicenne (vale a dire, epoca Be Here Now) fu un’autentica deflagrazione. Come poteva non esserlo, malgrado si trattasse dell’album nel quale di fatto la band dei Gallagher implodeva in un gigantismo autocelebrativo senza più mordente né senso? Eppure quel crogiolo festoso in bilico su un’idea tracotante/eccitante di futuro (piuttosto illusoria, come del resto sarà la coeva e contigua “terza via” di Tony Blair) costituì assieme a tutta la “scena” un’alternativa rock credibile e vincente rispetto a tanto pop docile e innocuo sfornato dai vari Mariah Carey, Roxette, Bryan Adams e Michael Bolton. Ci riusciva recando in sé quel senso di “indie” – appunto – che si riallacciava alla folgorante meteora Stone Roses e si collocava nella dimensione “alternativa” à la Creation.
Niente di solido a cui aggrapparsi, ma Santià è abile a scavalcare gli steccati, a cucire musica, politica, cinema, tecnologia, costume. Individua i puntini mentre procede tra Bristol e Chicago, tra Massive Attack e Slint, tra Strokes e LCD Soundsystem, senza farsi mancare un passaggio dalle nostre parti dove rievoca l’operazione Il paese è reale e sottolinea la rilevanza di Afterhours o de I Cani, quindi li raccoglie, quei puntini, li unisce e in qualche modo fa emergere una figura, un senso.
Che non si può riassumere in poche righe, neppure in poche pagine, e anzi ama nascondersi nelle molte note a fine capitolo (non fluviali come quelle di D.F. Wallace, ma insomma…), tuttavia affiora come un’angolazione, la coscienza del polso del tempo, l’impronta dell’epoca, tutto un senso d’impotenza e sconfitta che trova in se stesso particelle identitarie e le usa per sviluppare uno sguardo, uno stato interstiziale capace di resistere alla definitiva omologazione. Nella convinzione che: “se è vero che da un certo punto in poi i manager tra la Silicon Valley e Seattle hanno fatto intendere che la cravatta e la camicia erano segni di rispettabilità di un mondo che non esisteva più, forse deriva anche dal fatto che certo rock alternativo ha venduto milioni di copie”.
Ma anche con la consapevolezza che lo spettacolo “assorbe tutto assoggettando alle sue leggi qualsiasi cosa. Un po’ come quando al SuperBowl Madonna si fa accompagnare da M.I.A. o The Weeknd si fa curare gli arrangiamenti da Oneohtrix Point Never. Non siamo noi a vincere perché siamo lì, ma sono loro a vincere perché ci hanno colonizzato”. C’è di che uscirne rassegnati, anime in bilico tra depressione e disagio, ma ci sono margini per non lasciarsene schiacciare, perché nel reale orfano delle grandi narrazioni è sempre consentito scendere a patti e casomai farsene una ragione (“Quello che ci ha sempre fregato è il romanticismo. Soprattutto, ci ha fregato pensare che la musica potesse cambiare la storia del mondo”).
Con le sue oltre trecento pagine dense, pullulanti di storie, aneddoti e connessioni, di musica e visioni (letterarie, cinematografiche), Sotto traccia compie un setaccio accorato e batterico negli ultimi trent’anni di cultura, costume e politica, con la calligrafia di chi sta ancora facendo i conti col disincanto, senza rinunciare alla leggerezza ma senza nascondere il malanimo sotto il tappeto. È una lettura divertente e al tempo stesso amara, un percorso disseminato di botole da cui spuntano interpretazioni illuminanti, intrecci strani e sintesi ad ampio spettro, con la benedizione di numi tutelari quali Greil Marcus, Mark Fisher, Jon Savage, Gilles Deleuze, Iain Chamber e Guy Debord tra gli altri.
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