Recensioni

7.5

Il piano per la mia vita, da quando riesco a ricordare, era diventare un artista commerciale

È questa frase, tra le molte memorabili che abitano le otto interviste qui raccolte, il perno attorno a cui ruota la contraddittoria – ancora oggi – vicenda di Kurt Cobain, la sua figura equivoca(ta), trasfigurata, polverizzata e ricomposta in forme simboliche diverse e opposte. La frase proviene dalla chiacchierata con Jon Savage del luglio 1993. In Utero sarebbe uscito due mesi più tardi. Kurt è padre da neppure un anno, diviso tra l’amore per la famiglia – dichiara spesso di considerarla ciò che lo rende felice – e l’insofferenza per l’attrito tra questa nuova dimensione, la società e i media. 

Col nuovo album intende riallacciarsi a quell’intento, ma farlo con le proprie regole: aggrappato a un’espressività sincera, genuina, senza dover pagare pegno alle aspettative del pubblico e della major per cui la band ha firmato. Vive la prospettiva dei tour nei grandi stadi come una noiosa, insopportabile routine. Un mese più tardi dichiara a Edgar Klüsener: “Abbiamo suonato nei grandi festival all’aperto. È stato orrendo. Mi faceva schifo. Krist e Dave stavano tipo a dieci metri da dove ero io. Era tipo ‘Hey, ciao!’ C’era qualcosa di sbagliato”.

L’esperienza traumatica del divorzio dei genitori, il buco nero dell’assenza paterna (e della sua presenza anaffettiva), il dolore cronico allo stomaco, l’insofferenza per la mentalità provinciale e sessista di Aberdeen, la tossicodipendenza: questo concorso di eventi che strutturarono negli anni il disagio profondo di Cobain, sembra trovare nella parabola artistica un paradigma perfetto e ahilui catastrofico. Scoprirà, Cobain, che nello stesso processo che poteva schiudergli la possibilità del riscatto si nascondeva una trappola, il lucchetto che lo avrebbe incatenato definitivamente al sistema e privato di quel po’ di sé che aveva saputo trovare nelle canzoni.

Nell’aprile del 1990, intervistato da Laura Begley e Anne Filson, dichiara: “A noi non interessano le major. Sarebbe bello avere una distribuzione migliore, ma a parte quello le major portano solo merda”. Vale a dire: ne era consapevole. Sapeva bene da cosa doveva guardarsi. Ma il frangente storico e soprattutto il rapporto di sincera amicizia con musicisti che avevano attraversato il Rubicone (i Sonic Youth che firmano per Geffen, i R.E.M. per Warner…), convinsero lui, Novoselic e Grohl che si poteva fare. E ne finì – Cobain – stritolato.

Ancora a Savage, agosto 1993, dichiara: “Spero che riusciremo a fare uscire il nostro Metal Machine Music l’anno prossimo… (…) So che sono troppo testardo per concedermi di fare compromessi sulla musica, o di cominciare a fare cose nell’ottica di diventare famosi”. Più avanti, nel gennaio ‘94, a John Fricke: “Mi fa schifo dirlo ad alta voce, ma non riesco a immaginare che i Nirvana resistano per più di un altro paio di dischi, a meno che non ci impegniamo davvero a sperimentare. Cioè, guardiamo in faccia la realtà. Quando le stesse persone restano troppo tempo insieme a fare la stessa cosa, si limitano. Io sono davvero interessato a studiare cose diverse, e so che lo stesso vale per Krist e Dave. Ma non so se siamo in grado di farlo insieme”.

Quello che colpiva di più nelle interviste di Cobain è il modo in cui le utilizzava per scoprire le ferite, per rivelarsi, malgrado non mancasse di esprimere la sua insofferenza per il rituale delle interviste. Anzi, proprio perché ogni volta sembra voler strappare il sipario, boicottare il dispositivo promozionale alla base del canonico meccanismo domanda-risposta, aggiunge sabbia alla benzina, si estranea dal ruolo. Intervistato, Cobain è lo spettro di se stesso, l’immagine dietro l’immagine, un pallido riflesso dell’individuo dentro la rockstar. Un vuoto problematico.   

Nell’ultima intervista, concessa nel febbraio 1994, Chuck Crisafulli gli chiede cosa accade nella sua mente durante i celebri anti-assolo, quando cioè “arriva il momento di dare sfogo alla chitarra”. La risposta di Cobain è folgorante: “Meno di quanto immagini”.

Per quanto mi riguarda, questo volume ribadisce ciò di cui sono convinto da un pezzo: Kurt Cobain è uno dei misteri più analizzati, esposti, sottoposti a molteplici forme di autopsia esegetica. Eppure rimane, nella sua essenza, fuori dall’obiettivo. Indecifrato. Osceno. L’elemento intruso, tossico, che potrebbe guastare la pozione e crackare l’incantesimo. Ma non lo fa, perché neppure lui – così potente – è forte abbastanza. 

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