Recensioni

L’impressione è che certi fenomeni, perché questo sono ormai i Greta Van Fleet, traggano linfa proprio dai detrattori. Più l’ondata di hate è prorompente, indignata e perfino disgustata, più loro riempiono (quando si poteva, e quando si ripotrà) i palazzetti, e dai palchi di tutto il mondo con sotto schiere di ragazzini urlanti e madri infoiate ci mostrano il dito medio, a prendere per il culo noi, poveri tromboni incartapecoriti che vorremmo star qui a discutere ancora di musica rock sul serio.
Si dirà: ma allora ignoriamoli, non parliamone, lasciamoli ai quindicenni di oggi, che un’epoca di vera rivoluzione estetico/stilistica nel campo in questione non l’hanno mai conosciuta, e state certi che la bolla si sgonfierà da sola. OK, sicuramente in tempi brevi anche i GVF spariranno come sono apparsi, però è probabile che resteranno tra noi ancora per un po’, giusto il tempo di mulinare qualche altra vagonata di sold-out e poi magari sì, dissolversi, ma solo per lasciar spazio ad altre proposte in tutto e per tutto assimilabili.
Avrebbe senso chiedersi le ragioni culturali e sociologiche del loro successo… se solo esistessero ragioni culturali e sociologiche. No, oggi non c’è nessuna nostalgia su larga scala per gli anni ’70, e in fatto di gruppi rock non più di quella che c’è sempre stata perlomeno a partire dal grunge. Anzi, più passa il tempo e più il ricordo di una stagione ormai perduta (perché l’abbiamo perduta del tutto, fidatevi) viene annacquato da schiere di scarsissimi epigoni spesso più mascherati degli stessi GVF, seppure non in modo così evidente.
Perché certi epigoni sono abili, mentre i GVF sono semplicemente bravi, il che non vuole essere un complimento. Sono bravi in senso neutro, asettico, scialbo; di una bravura prettamente tecnica, applicata. La differenza è che gli abili sanno nascondersi, confondere, sembrare ciò che non sono. Oggi se sei abile, taaac, vieni pure elevato a modello culturale nonostante dietro i lustrini si celi il vuoto più assoluto. I bravi, invece, sono bravi e basta, un dato di fatto, perché poi la questione di fondo è: bravi a far che? Ed è qui il punto. I GVF modelli culturali non lo sono mai stati, né probabilmente mai lo saranno, anche perché non sembrano averne la minima pretesa. Fanno cover e basta, lo sappiamo, è pacifico ormai. Cover mascherate ma pur sempre cover. Anche il nostalgico 70s più incallito cadrebbe nello sconforto per quanto è finta l’operazione messa in piedi da questi quattro pischelli del Michigan che tanti genitori vorrebbero avere come figli e che sono capaci di tirare fuori un insospettato e improvviso amore per il ruock d’annata anche in chi all’epoca certo rock non sapeva manco che esistesse. I GVF non fanno altro che vestirsi da Carnevale né più né meno dei loro cuginetti di Monteverde. Quante volte l’abbiamo detto: sono la versione boy band dei Led Zeppelin (cit. Steven Wilson), un clone bello e buono capace solo di snocciolare tutto il rosario di cliché hard/blues-rock dei Settanta senza la minima cura di fingere almeno un sussulto di ispirazione e originalità. Si divertono, e divertono quelli per cui la musica è solo un passatempo, anche se poi – va detto – non fanno male a nessuno. E chi ci si fa rodere il fegato, per loro così come per i Måneskin che si beccano i premi, finisce solo per alimentare quel circo che vive e prolifica anche sul nostro risentimento, ingrediente imprescindibile per la buona riuscita dello spettacolino.
Qualcuno potrebbe replicare che neppure le cover sono facili da fare. Verissimo. Però stiamo parlando di un altro sport rispetto al comporre ed eseguire musica propria secondo un proprio stile. E identico discorso vale per brani solo nominalmente originali ma che in realtà sono imitazioni tout court come quelli dei GVF. Il loro materiale non rischia di incappare nelle leggi sul copyright anche se a qualche studio legale potrebbe venire lo schiribizzo di provarci; d’altro canto, è pur vero che si tratta di un’imitazione innocua, un’operazione mascherata ma allo stesso tempo dichiarata, che non porta sconquassi.
Porta, invece, palate di soldi sui conti in banca di ‘sti ragazzetti, ma se in economia quello della crescita infinita per tutti è un miraggio capitalista, perché in verità, sul lungo periodo, alla crescita di uno corrisponde sempre la decrescita di un altro, vorrà dire che i GVF si stanno prendendo quello che altrimenti finirebbe nelle tasche di qualche altro fenomeno da baraccone come loro buono solo per gli adolescenti che vivono su Instagram o per l’impiegato borghesuccio di mezza età che in cultura musicale era una zappa pure da giovane e quando aveva ancora i capelli.
Tutto quanto detto finora fa giocoforza passare in secondo piano la musica. Ascolti questi nuovi dodici brani – registrati negli studi Henson Recording e No Expectations assieme al produttore Greg Kurstin – e non ti resta niente. Per carità, tutto giusto, tutto fatto bene, anzi forse pure meglio di tante altre imitazioni più dozzinali. Perché sì, in The Battle At Garden’s Gate everything è in its right place. Forse pure troppo. Ci vorrebbe un po’ di disordine, semmai. Troppo carini e “leccati”, questi fratelli Kiszka (più Daniel Wagner alla batteria), per venire dallo stesso Stato che ci ha regalato Stooges, MC5 e la Motown (per carità, con gli accostamenti ci fermiamo al dato geografico). E non ingannino gli abiti sdruciti, ché quella è tutta roba d’alta moda (Achille Lauro docet). E non inganni nemmeno il fatto che nel compitino non ci siano errori, perché si capisce subito che hanno copiato dal compagno più bravo e che a un eventuale verifica orale farebbero scena muta guadagnandosi il cappellino a cono con le orecchie d’asino. Il sophomore del quartetto riprende le tracce del suo predecessore, quell’Anthem of the Peaceful Army che nel 2018 lo fece conoscere al mondo, e se uno non avesse mai saputo che su questa terra hanno camminato Page e Plant, e che dopo di loro hanno continuato a camminarci per cinquant’anni così tanti adepti da non poterli contare, troverebbe pure graziosi dei passaggi solari, positivi e ben amalgamati tra lato elettrico e acustico come l’opening Heat Above – che si apre con il suono epico ed estatico di un organo Hammond B3 per poi svilupparsi lungo le coordinate di una pomposa sfilata sonora sorretta dai classici riferimenti d’antan – o le inflessioni vagamente psichedeliche di Age Of Machine. Come pure il singolo di lancio My Way, Soon ricorda da vicino un’altra band che al Dirigibile accendeva ceri ogni sera: i Darkness, che però erano molto più caustici e spassosi di questi quattro ventenni statunitensi come tanti di oggi con la faccetta pulita ma fondamentalmente vanesi ed egotici. Ovviamente non poteva poi mancare la ballatona in odore – ça va sans dire – di Stairway To Heaven qual è Broken Bells, sennò che festa in maschera sarebbe stata senza lo “struscio”. E quante volte abbiamo sentito riffoni di chitarra come quello di Built By Nations, che poi altro non è che una versione 2021 di Black Dog, ovviamente sempre dei Led Zeppelin: manco il gusto di giocare a indovina il pezzo c’è più.
Ma alla fine di tutto, la domanda è: cui prodest? A nessuno. Quello che fanno i GVF non lascia la minima traccia, è roba da talent, da gargarismi canori e virtuosismi (si fa per dire) strumentali. Sono bravi, ribadiamo, ma nel senso di mera elaborazione dei dati, nel senso che se prendi un algoritmo a scrivere le canzoni al posto loro non cambierebbe nulla; per cui neanche le qualità compositive si possono giudicare, ché sono le stesse di un’intelligenza artificiale. E quando le macchine domineranno il mondo non avrà più senso nemmeno sottilizzare sulla differenza tra abilità e bravura. Dice: tu critichi e basta. Loro almeno sanno fare qualcosa, tu che sai fare? Ma non era Battiato che diceva: «Si salverà chi non ha voglia di far niente e non sa fare niente»?
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