Recensioni

Se lo saranno chiesto in molti, o forse no. Ma che suono potrebbe mai avere il sole? La risposta sembra darcela il primo disco solista di Gregg Kowalsky dopo otto anni di silenzio. È un suono vivido, materico e potente quello che esplode da L’Orange L’Orange, il colore che «ho iniziato a sentire quando ho mescolato queste tracce», ha confessato il musicista.
L’Orange, L’Orange segna non solo un ritorno ma anche uno spostamento netto di umori: se i lavori precedenti come gli esperimenti in Tape Chants e il debutto Through The Cardial Window si facevano portatori di un sound minaccioso e oscuro, attento agli elementi performativi come le ripetizioni, il suo ultimo disco è un caldo bagno di luce, risultato forse diretto del trasferimento di Kowalsky nella ridente e assolata Los Angeles. Lo scintillare del sole californiano si è velocemente trasformato in un sentire ben più strutturato, nella percezione fisica di un colore, l’arancio, e di tutte le sue sfumature, le sue gradazioni di tono e intensità. Kowalsky ha scelto una materia impossibile benché viva e pulsante, e l’ha resa suono. Che sia o meno un musicista ambient ora non ha più importanza perché di fronte alla bellezza vibrante dei suoi droni si cade prede di un incanto che non ha direzioni, se non quelle che cerchiamo autonomamente nella musica. I brani riescono a scivolare addosso all’ascoltatore con fluidità zen, in una pura magia transitoria e viscerale, terapeutica tanto per il corpo quanto per la mente.
Diversamente da quanto fatto dai suoi antenati – su tutti Hans-Joachim Roedelius – il nuovo Kowalsky si tuffa in cascate di synth e dinamismi coraggiosi. Nulla suona come remoto o eccessivamente etereo, vi è piuttosto un senso del risveglio che trascende l’onirico, una vera e propria innocente rinascita dalla luce. Trasforma l’antico regno dei piaceri oscuri e della tristezza inespressa in un’alba mattutina che fende il silenzio con la propria luce, per una versione più solare del glaciale dub-ambient di Loscil. Con L’Orange, L’Orange Kowalsky può reimmaginare il drone ambient, rinfrescandolo di uno spirito felice e ottimista: dallo svolazzo con campanelli giocosi di Tuned To Monochrome alle sfumature doom di L’Ambience, L’Orange, passando per il piano di Blind Contour Drawing for Piano, a metà fra Brian Eno e Satie. Brillano i synth analogici di Maliblue Dream Sequence, si distendono le note ambient del piano à la Harold Budd della bellissima Ritual Del Croix.
La costa californiana, il cielo immenso e azzurro, le morbide maree, tutto scivola in questo album, vincendo le increspature, le onde, l’oceano in tempesta; tutto vive in uno strato sabbioso bruciante e pieno di pigmenti dorati, nel riflesso di un sole beato e confortante.
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