Recensioni
Jarvis Cocker
Jarvis Cocker Good pop, bad pop. Un inventario di Jarvis Cocker
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Stefano Solventi
- 28 Agosto 2023

“Ci raccontiamo delle storie basate su prove che raccogliamo nel mondo. Organizziamo queste informazioni in quello che sembra un ordine logico & la cosa diventa una narrazione cui finiamo per credere. Diventa la Verità. Queste verità possono durare per anni & anni. Spesso per tutta la vita. Ma ogni tanto succede qualcosa che ci costringe a riconsiderarle.”
Passaggi così, con quelle “e” che diventano sistematicamente “&”, con la leggerezza che entra in congiunzione con lo slogarsi degli eventi e lo sgranarsi del tempo, carburante per una visione prospettica accorata ma sempre in qualche modo scrostata di romanticismi a gratis, fanno di questo strano memoir un oggetto vivo, formicolante, impuro. Sfocato come lo sguardo di Jarvis bambino, ma proprio come quello sguardo annebbiato dalla miopia in grado di covare una peculiare calligrafia di percezione, quindi di definire una prassi espressiva, una – mi sia consentito dire – poetica.
Jarvis Cocker, che ve lo dico a fare, è l’allampanato leader e vocalist dei Pulp, band fulcro del brit pop che in realtà nel brit pop si è trovata un po’ per caso, aggirandosi nella scena rock indipendente inglese fin dai primi anni Ottanta, le prime prove più debitrici di visioni desolate altezza Velvet Underground che non del pantheon albionico (Beatles, Kinks, Small Faces eccetera) di cui si sarebbe nutrita la formidabile infornata di band britanniche anni 90 (e oltre).
In un certo senso, il “Brit” viene volutamente obliterato dalla dicotomia Good vs. Bad: la questione, come stabilisce il titolo, è tra il pop buono e il pop cattivo, e il brit vada pure a farsi benedire come un’etichetta a perdere. Pop che nella visione di Cocker deve essere “sia un pezzo di ciarpame che un oggetto sacro ALLO STESSO TEMPO”. Pop che “non aveva niente a che fare con la realtà. Il pop era un miglioramento della realtà”.
A questa convinzione, come dire, atavica si sovrappone una prassi che costituisce la traccia base – per così dire – del memoir stesso: l’accumulazione di oggetti, anzi di cose (nella loro accezione di oggetti sui quale si sono depositati dei significati, quindi testimoni di tempo e senso). Scrive Cocker: “Riportavo a casa sacchi dell’immondizia pieni zeppi, li buttavo nella mia stanza & poi uscivo a cercare altra roba. Mi circondavo di queste cose nel tentativo di isolarmi da un mondo che stava diventando freddo. Accumulavo il Pop Buono per scongiurare il Pop Cattivo”.
Perciò nel sottotitolo si parla di “inventario”: nello specifico, si tratta di vagliare il contenuto dello sgabuzzino in soffitta, pieno di (apparenti) cianfrusaglie. Un vero e proprio deposito di reperti biografici da gettare o tenere (qualcosa mi dice che, al di là della finzione, nulla verrà mai gettato: non è vero, Jarvis?), ovvero altrettante scintille in grado di riattivare le vibrazioni trasversali e cavernose del ricordo. Cose che non ci vengono solo raccontate e descritte ma mostrate (sì, è un libro illustrato, signori miei): si tratti di vecchie camicie, svegliette-carillon, assegni di disoccupazione, foto sgranate (in cui scorgi un Cocker adolescente e “in pieno vigore contro il vuoto insondabile”) ma anche elementi meno definiti, frammenti, scorie, “lanugini psichiche” che “raccogli senza neanche accorgertene” e riattivano percorsi sepolti.
Alla fine non è altro che un memoir, certo, ovvero un ritratto dell’artista da giovanissimo e poi da giovane, fino all’esordio dell’ordigno Pulp, fino agli albori della celebrità. Ed è, si sarà capito, anche e soprattutto una riflessione sul senso del pop (in particolare della musica pop) come era e come è adesso. La prima chitarra, le prime canzoni, la precarietà formicolante della prima band. E i primi concerti, come un tuffo di testa nella risacca tra entusiasmo e avventatezza. La cassetta che in un modo o nell’altro finisce nel taschino di John Peel (sempre sia lodato). Un infortunio assurdo che avrebbe potuto interrompere per sempre la parabola, e invece no, ma di questi trabocchetti sono fatti i percorsi, e la creatività.
Si ride, perché il british humour di Cocker è pungente e appiccicoso al punto giusto. Si rimane incantati da certi aneddoti, come la cronaca dell’intervista a Leonard Cohen (in una delle incursioni nell’età adulta che sostanziano il passato) anzi di una specifica risposta del grande canadese a una specifica – e assai opportunamente inopportuna – domanda (a voi il gusto di scoprirla).
Non è, insomma, solo un libro intrigante per l’appassionato di pop-rock (e, come si dice in questi casi, imperdibile per il fan dei Pulp): la sua portata è decisamente più ampia e riguarda, per farla breve, la vita come dialettica tra perdita e divenire, tra fallimento e realizzazione, tra legami e fratture, tra il senso profondo dei limiti e il loro spesso impronosticabile – ma non casuale – oltrepassamento.
Voltata l’ultima pagina, resta un senso di densità, di tempo rappreso, di contorni e superfici che si logorano, di colori che sbiadiscono. Di noi immersi nel tempo, prodotti dal tempo, consumati dal tempo. Un esser-ci che ci definisce attimo dopo attimo, mentre ci scava dentro un vuoto che se ti sporgi è una vertigine.
“Ho usato le parole per cercare di riempire il vuoto nel mio cuore (questa è un’altra cosa che si può fare con la creatività: aggiustarsi. O almeno provarci)”
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