Recensioni

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Recensione breve. Perché whatever dicessimo mai di troppo di questo terzo album dei God Of The Basement, le parole non renderebbero. Definire la musica del quartetto fiorentino, infatti, è arduo (ammesso che sia necessario); al limite si può descriverla come un pastone sonoro basato su un ipnotico tappeto cyberpunk sul quale si innestano stimoli sonori di ogni tipo – dal dub al crossover al drum and bass – che si accendono e spengono come circuiti impazziti, e sul quale, a sua volta, si introna un cantato da oltretomba. Una mistura disturbata al limite della follia (in senso buono).

«Il titolo dell’album riflette con ironia la realtà contemporanea – dicono loro – in cui la musica viene spesso consumata nei ritagli di tempo, in maniera frammentaria, se non distratta». Rispondono con sarcasmo ai tempi correnti, i GOTB, proponendo, a quattro anni dal precedente Bobby Is Dead, un disco della durata di mezz’ora appunto, quasi come a voler riempire un buco tra le distrazioni quotidiane di chi ascolta e poi togliersi subito di mezzo. Un lavoro d’impronta alt-rock e dalle sonorità viscerali di stampo anni ’90, tra drum-machine e bassi ossessivi (tra i pezzi in scaletta c’è ovviamente il singolo Misera, che avevamo presentato su queste pagine). Di certo, qualcosa che non risponde a logiche commerciali.

Theodor Adorno fu tra i primi a denunciare la massificazione dell’arte come industria culturale dell’intrattenimento volta a standardizzare i gusti del pubblico per mantenere i correnti rapporti di dominio e controllo. Adorno sosteneva pure che l’arte dev’essere cupa, angosciata, per riflettere dolore e sofferenza esistenti nel mondo. Non esiste un’arte della gioia: la realtà è tutt’altro che gioiosa. I GOTB paiono averlo studiato, il filosofo francofortese, che in aggiunta a quanto detto propugnava anche la necessità di recuperare il concetto di bellezza naturale, oltre al bello prodotto dall’uomo.

Ed è una natura primordiale, quella evocata in Whatever, disco breve, il primo con testi in italiano dei ragazzi; una natura selvaggia e bestiale che si “cosifica” a mezzo di nove tracce, inclusi due brevi Inizio e Intervallo e la chiusura affidata alla straniante nenia Agata Della Pietà, in cui è mirabile innanzitutto il lavoro sulle ritmiche – ora sincopate (Bivio), ora tribali (Delirio), ora dagli influssi reggae (Ogni Cosa Ha Già Il Suo Nome) – affogato, come tutto il resto della palette, in un mood tetro, claustrofobico e minaccioso, a fornire un affresco allucinato e denso di sinistri presagi che – in un contrasto ad effetto – è stato messo a punto nelle ridenti valli toscane («al buio», ma non avevamo dubbi), dove il lavoro è stato “testato” in un secret show tenuto lo scorso autunno.

Naturale e artificiale. Whatever, altresì, tratta anche il tema del rapporto uomo-macchina, una cosuccia da niente di questi tempi. Qui però non serve scomodare Adorno, che non ci risulta abbia mai parlato di robot, dato che di menti superiori che han trattato l’argomento, volendo, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Magari i testi dell’album non saranno al livello di Dick, Asimov e Huxley, ma comunque spaziano tra introspezione, critica sociale e considerazioni esistenziali. «Tutto quanto esiste se vogliamo farlo esistere» si sente dire (più che cantare) in Bivio, a proposito di Dio, che quindi, stando all’affermazione, secondo gli autori non esiste. Perché più che a quello creatore della Terra, i Nostri – ça va sans dire – credono a quello del Seminterrato.

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