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La potenza del cinema risiede nell’arte di creare un’esperienza multisensoriale. A volte, le sue immagini e suoni sono così potenti da diventare simboli di esperienze umane, capaci di durare nel tempo. Se ci chiedessero di rappresentare la paura con un suono, probabilmente la maggior parte di noi sceglierebbe un tema a firma dei Goblin, quelli che hanno accompagnato i film di Dario Argento. Tra questi, ovviamente, c’è anche quello di Suspiria.

Il successo dei Goblin, gruppo nato negli anni ’70, è sempre stato legato alle colonne sonore e mai agli album fuori dal cinema, che pure esistono (basti pensare a Roller e Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark). Questo perché, come racconta Giovanni Aloisio nel libro Goblin – La musica. La paura. Il fenomeno, non sono mai stati una band vera e propria, ma un ensemble di talentuosi musicisti uniti da un’idea, un concetto artistico attorno al quale sono ruotate diverse persone.

Il sodalizio tra i Goblin e Dario Argento ebbe inizio con Profondo Rosso, uscito due anni prima di Suspiria. E pensare che per quell’occasione i Goblin furono un ripiego: Argento, infatti, aveva in mente nomi ben più altisonanti. Si rivolse prima ai Pink Floyd, che gentilmente declinarono l’invito perché troppo impegnati nella composizione di Wish You Were Here, poi passò al jazz-rock di Giorgio Gaslini, che lasciò il progetto dopo che Argento definì la sua musica «semplicemente orrenda». Poi il regista ci riprovò con gli Emerson, Lake & Palmer e i Deep Purple, ma il produttore Claudio Bixio fu costretto a fermare il regista per i costi proibitivi. Fu lui a fargli ascoltare un demo firmato dai Goblin, all’epoca ancora sconosciuti. Il gruppo terminò il lavoro lasciato a metà da Gaslini, scrivendo il celebre e inquietante tema tutto in una notte, in una cantina: il resto è storia.

La formazione dell’epoca di Suspiria (1977) era quella di Claudio Simonetti, Agostino Marangolo, Massimo Morante e Fabio Pignatelli. Anche in quest’occasione, i Goblin furono un ripiego per Dario Argento, che a quanto pare non aveva ancora capito con chi aveva a che fare: il regista infatti aveva in mente i Banco del Mutuo Soccorso, che dovettero declinare l’invito per altri impegni. In realtà, quello non era un periodo felice per i Goblin: il gruppo era sull’orlo di dividersi per dissidi interni, esasperati anche dal flop commerciale di Roller, così accettarono il lavoro per Suspiria senza troppo entusiasmo, spinti più che altro dalla necessità. Il gruppo era così stanco che non fece nemmeno alcun tour promozionale dell’album, pur essendo consapevole e orgoglioso dell’opera. Purtroppo la maggior parte dei critici, che già non vedeva di buon occhio i Goblin, finì per snobbare il disco, non comprendendone il valore musicale al di là del film. La definizione migliore di questa colonna sonora l’ha data il già citato critico Aloisio: un lavoro «orientato a una ricerca delle radici etniche e antropologiche della paura».

Non a caso, il tema principale della colonna sonora utilizza uno strumento atipico, il bouzouki, una sorta di mandolino di origine ellenica dai suoni molto profondi, che fu fortemente voluto da Argento. Le percussioni, utilizzate in molti punti del film, sono invece di strumenti tipicamente africani. A sussurrare, ansimante, parole senza senso, è lo stesso Claudio Simonetti. Tutti elementi che rendono questa colonna sonora il più sperimentale degli album dei Goblin. Ascoltare la musica di Suspiria è come vivere un incubo ad occhi aperti. Del resto, sul set di C’era una volta il west (Argento lavorò alla sceneggiatura del film, assieme a Bertolucci), il regista aveva imparato una lezione preziosa da Ennio Morricone, ossia associare a immagini forti suoni ancora più forti. Lo stesso Morricone scrisse la musica per i primi film di Dario Argento, ma non avviò mai un buon sodalizio con il regista. Argento, ossessionato dalla musica rock e, all’epoca, ancora inesperto, aveva comunque imparato molto dall’esperienza con il compositore: le voci bianche, i carillon spettrali, erano già stati ampiamente utilizzati da Morricone (guardasi ad esempio la musica in L’uccello dalle piume di cristallo).

Ciò che rende la colonna sonora di Suspiria un capolavoro è il mix di suoni che travolge lo spettatore, mischiati alle urla, agli sguardi stralunati e ai colori forti delle scene. Una musica che si impone sulla scena e non vuole stare in disparte. È una bestia che stringe la gola dello spettatore e non la lascia andare fino ai titoli di coda.

Per Suspiria, inizialmente Argento aveva chiesto qualcosa di elettronico, simile alla musica dei Kraftwerk, con tanto di tastiera. Il tastierista all’epoca era Maurizio Guarini, che dopo un litigio lasciò il gruppo. Il risultato fu che dei primi quattro demo presentati (Suspiria, Witch, Sighs e Markos), solo Markos mantenne le sonorità elettroniche. E pensare che, per la realizzazione dell’album, i Goblin fecero arrivare da Londra un sofisticato sistema di sintetizzatori, il gigantesco Moog System 1000, con tanto di ingegnere per utilizzarlo. Nel disco c’è anche un tocco di blues e jazz, come Black Forest e Blind Concert, in cui il sax enfatizza la dimensione onirica. E poi ci sono pezzi di puro terrore come Witch, dove i membri della band urlano con ugole strozzate «Witch! Witch! Witch!» e la frase «There are three wiches sitting on a tree». Quest’ultima si rifà a una cantilena in latino del ‘500, una composizione che fu proposta loro da Irene Malatesta, promoter greca della casa Cinevox. Witch accompagna la prima vittima della storia nella sua corsa disperata, per poi ritornare in tutti gli altri omicidi del film.

Completamente diversa è stata la colonna sonora del remake di Guadagnino, firmata da Thom Yorke: il frontman dei Radiohead sapeva di confrontarsi con un disco incomparabile, perciò ha optato per tutt’altro taglio, con della musica più cerimoniale e meno urlata, meno rock.

Questo album da solo avrebbe dovuto consacrare i Goblin nel mondo del rock italiano ma, come già detto, la critica nostrana ha sempre guardato dall’alto verso il basso i compositori per il cinema. Persino Ennio Morricone ha dovuto attendere molti anni prima di ricevere il consenso del mondo accademico (che considerava il suo impegno per la Settima Arte uno svilimento). A ciò va aggiunto anche l’instabilità della formazione, i continui cambiamenti dovuti soprattutto ai dissidi interni. Dopo Suspiria Morante lasciò la band (diventando autore per Renato Zero), poi toccò a Simonetti che, tra le varie cose, realizzò il famoso brano Gioca Jouer assieme a Claudio Cecchetto. Una serie di ritorni e nuovi addii fino agli anni ’90, quando la band rimase inattiva per un decennio. I Nostri ci hanno riprovato nei 2000, ma sempre con lo stesso risultato. Se il mercato non è stato gentile con i Goblin, considerati i fallimenti commerciali degli album nati non come colonne sonore, certamente il grande schermo ha saputo valorizzarli (anche i brani di Roller furono poi utilizzati per il Wampyr di George A. Romero del 1977).

La loro “colpa” è stata quella di non uscire dallo status di compositori per il cinema: ma, considerata la magia che hanno creato, è davvero un problema?

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