Recensioni

Paddy Shine e i suoi Gnod appartengono a quella generazione di sperimentalisti avant – che forma un trio delle meraviglie con gli altrettanto magici Hey Colossus e Teeth Of The Sea – che unisce estetica post-rock, scampoli di prog, bizzarrie impro più o meno canoniche e una sanissima dose di virus psichedelico, tanto per gradire. Il krautrock è un parente prossimo delle geniali trovate sonore di cui i mancuiani hanno disseminato i loro tantissimi album (capolavoro dei capolavori, Infinity Machine, uscito nel 2015), che concedono poco alle mode frou frou, ai revival periodici più o meno stilosi, e ancor meno alle minchiate ad effetto in stile “siamo cloni di questa band e siamo fieri di esserlo”. Zero. A testimoniare il loro percorso artisticamente in fieri, c’è qui il loro nuovo disco, che più diverso dai precedenti non si può. E la ragione di tale diversità sta soprattutto in queste tre parole: João Pais Filipe.
Classe 1980, drummer autodidatta, il nostro uomo – nel suo carniere discografico figurano prestigiose collaborazioni con miti assoluti avant-impro moderni, tipo, per citarne uno e uno solo, Rafael Toral – ha impresso al sound del collettivo anglosassone una traiettoria che puzza di percussività psicotropa, di foresta amazzonica e ayahuascha, allargando a dismisura lo spettro di possibilità espressiva che negli Gnod, diciamocelo, è già bello ampio. L’incontro fatale, tanto per la cronaca, fra le due parti in causa di questo Faca de Fogo è avvenuto in Portogallo, più precisamente a Barcelos, durante il festival musicale Milhões de Festa. Deve essersi trattato di amore a prima vista, perché le quattro lunghe tracce contenute in questo dischetto sono davvero qualcosa di incendiario. Registrato in soli quattro giorni nello studio personale di João, il lavoro è un tuffo in un quarto, quinto o perfino sesto mondo che travalica l’assunto jonhasselliano di una dimensione (sonora) nascosta fra le pieghe della monodimensionalità che chiamiamo vita quotidiana, o che per tale spacciamo. Percussioni maximal(iste) a go-go. Tappeti chitarristici che tutto devono alla psichedelia dei Sixties Californiani, Grateful Dead in primis. E poi, una dose di droning low profiling che si perde fra i tanti rumori mimanti la foresta amazzonica e le sue visioni a base di droghe più o meno psicotrope.
Faca de Tera, Faca de Ar, Faca de Foco e Faca de Água. Ecco i nomi degli incantesimi – il più corto dura più di sette minuti, il più lungo si slancia oltre i 13 – che disegnano i confini di una terra da sogno dove il sogno è la realtà e la realtà, così come noi la conosciamo, noi uomini razionali e devoti all’idea di una società progressista e razional-capitalista, non c’è più. Puff. Dissolta. Uno schiocco di dita, pardon, di percussioni, e l’antro dello stregone si apre, e a fuoriuscirne sono suoni solidi come roccia eppure eterei e impalpabili come il vento, l’acqua, la terra, il fuoco, ovverosia quegli elementi primordiali che costituiscono i mattoni, filosofici, e pertanto ideali, sui quali un signore di nome Jon Hassell, a partite dall’LP Vernal Equinox, correva l’anno 1977, ci ha nostro malgrado catapultati, con un biglietto di sola andata.
Il viaggio husselliano è ora una autostrada del sogno e dei sogni, e attraverso le sue corsie più drogate passa, sfrecciando nella notte buia della giungla, animata dalle urla di animali surreal-mi(s)tici henrirousseauiani (w il Doganiere!), un sentiero che, cielo dopo cielo, dimensione mistica dopo dimensione mistica, ci apre le porte di un non-luogo che è un luogo della mente dove tutto è possibile, dove l’inaudito è la normalità, e dove stupore fa rima con clangore, psichedelia e rumore.
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