Recensioni

Dove finisce l’autenticità e comincia la pantomima? Questa domanda ci attanaglia in relazione al seguito legato ai Giuda, band romana di rock’n’roll che si è esibita in un Monk praticamente pieno, in un live che è stato un misto di sudore, festa, spettacolo, pogo, curva calcistica. La domanda sorge in relazione alla proposta del quintetto: esiste qualcosa di più già sentito? Difficile rispondere negativamente. E allora perché i Giuda piacciono a così tanta gente? Proprio per il carattere rassicurante del suono? Forse la verità sta nel classico “questa band non fa nulla di nuovo, ma lo fa bene”. Eppure non ci pare, ancora, di essere arrivati al punto, di avere una chiave di lettura per la questione. Sia chiaro, i meriti della band sono innegabili: nonostante un’acustica spesso ingenerosa, i cinque dimostrano di essere ormai una macchina perfettamente oliata. Hanno i pezzi, il carisma, la fisicità, l’intesa.
Guardando il pubblico, alcune soluzioni potrebbero venire fuori: ci trovi lo skinhead, il punk, il tipo fulminato simile a Paul Weller, la ragazzina che balla anche senza conoscere benissimo la band, il tipo hipster, famiglie con bambini. La verità, sui Giuda, è forse questa: la loro proposta sta in quello spazio intermedio in cui trovi la semplicità estrema prima che diventi banalità (che è, mutatis mutandis, ciò che rende grandi band come i Creedence: una basicità che non scade mai nella superficialità, l’aggancio agli standard mettendoci del proprio). La vera grandezza dei cinque è che, nonostante la genuinità e purezza, riescono proprio a non farti sentire in colpa: il peso del già sentito è sempre controbilanciato da una grande capacità di scrittura e coinvolgimento. È come se i Giuda ti dicessero “ok, quei tempi sono andati, ma non vuoi divertirti comunque?”. Da qui la ballabilità dei pezzi, la cantabilità e la coralità, tutte cose che piacciono al giovane tanto quanto all’ascoltatore più snob.
Purtroppo ci perdiamo, causa ritardo, le band che aprono, quindi una volta giunti al locale abbiamo giusto il tempo di entrare: dieci minuti e i Giuda sono sul palco. I tre dischi finora pubblicati vengono saccheggiati quasi in egual misura (con una leggera e ovvia preferenza per l’ultimo Speaks Evil), con il pubblico che si divide tra chi in prima fila scalcia e chi, poco dietro, abbraccia uno sguardo d’insieme che è quello su un party in nome del rock’n’roll (scusateci l’espressione banalissima). Da Working Class Man alla splendida Tartan Pants, passando per Number 10 fino alla stradaiolissima Bad Days Are Back, Tenda, Lorenzo, Michele, Daniele e Danilo regalano una perfetta sintesi di quello che è il suono-Giuda dal vivo, oggi. Una performance in cui precisione e senso della misura (gli assoli, ad esempio, non durano mai un secondo più del dovuto: questa è gente che ha ascoltato parecchi dischi) si uniscono ai muscoli e al romanticismo. Impossibile non divertirsi: è non forse questo ciò che, in fondo, chiediamo da sempre a questa musica? Come on, Giuda!
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