Recensioni

6.4

È possibile il post punk senza tensione? Può interessare una musica che parte da quella che si chiamava new wave per arrivare a concentrarsi più sulle atmosfere che sulle nevrosi? Domande che nascono durante l’ascolto dell’ultimo disco dei Githead, il progetto di Colin Newman dei Wire assieme a Robin Rimbaud (già noto come Scanner), Malka Spigel e Max Franken, due ex dei Minimal Compact.

Dopo cinque anni di silenzio discografico, il progetto torna con questo Waiting For A Sign, edito dalla Swim dello stesso Newman. Fin dalle trame dell’iniziale Not Coming Down, introdotta da un tappeto di tastiere, basso e batteria, il tono è quello rilassato di un gruppo di persone che suona per il puro gusto di farlo. Si potrebbe dire che non ci sia progettualità, visto che i quattro hanno dichiarato di essere entrati in studio senza brani pronti, ma si coglie anche una sorta di filo conduttore nella redenzione legata all’abbandono dell’urbano a favore dell’umano. Newman e i suoi sodali appaiono pacificati, e ciò si traduce in un suono privato di rabbia, in cui la voce della Spigel e quella di Newman si intrecciano nei solchi di una forma-canzone leggermente sperimentale, ma comunque riconoscibile. Ci sono schemi ritmici ripetuti, tastiere in primo piano, chitarre che vanno dall’acido all’ornamentale.

In alcuni casi l’impressione è quella di ascoltare (paragone telefonato, ne conveniamo) i Wire più eterei ma senza tensione, se non in rari casi, come la title track: un brano che sta da qualche parte tra post punk, kraut-rock e pop. La scaletta scorre tranquillamente, ma senza graffiare, regalando momenti a volte stanchi, a volte (Today, Air Dancing) illuminanti, con melodie azzeccate e incastri perfetti tra strumenti e voci. Un disco per cultori, certo, ma che regala anche piccole gemme a chi abbia voglia di scoprirlo.

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