Recensioni

Quando attacca quel basso granitico, la batteria materica e la voce strozzata di Scott McCloud, ci ritroviamo nuovamente invischiati nel noir metropolitano dei GVsB, quello che per troppo tempo ci era mancato e che credevamo sepolto dopo il pallido You Can’t Fight What You Can’t See. Poi certo, l’opener Diamond Life ha una paraculaggine tutta anni ’10. La stessa che trasforma degli sgorbi informi come i Pixies, in cherubini indie da fare ascoltare a mamma e papà.
I GVsB non hanno mai voluto irretire nessuno. Per stenderti gli bastava metterti un cappio intorno al collo e stringerlo lentamente. Poi ti toglievano l’aria e ti finivano facendoti inalare venefici vapori industriali. Ecco perché assalti punk come Fade Out sembrano persino fuori luogo, una volgare quanto inutile dimostrazione di potenza. Quando arriva 60 Is Greater Than 15, al netto di una certa rilassatezza di fondo, si ritorna a respirare l’aria viziata di un tempo, con le chitarre come scariche elettrostatiche, ritmica da catena di montaggio e atmosfera malsana. E’ dunque vero che i GVsB aderiscono alla regola non scritta che vuole i ritorni delle band anni ’90 con un sound più pettinato. E’ anche vero che la loro formula era talmente interessante che, pur con qualche aggiustamento, mantiene inalterato il proprio fascino. Così, se Let’s Get Killed si lascia scappare qualche concessione pop di troppo, è sul finale che arriva il colpo di coda.
Kick è un dub industriale che fra archi, carillon e squarci di luce apocalittica, possiede la tensione dei più sadici romanzi thriller. Inoltre attualizza i NIN meglio di quanto gli stessi NIN abbiano saputo fare.
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