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Anni Affollati esce nel 1981, inizialmente solo in vinile e con una tracklist di otto brani. Il materiale, però, trova la sua naturale collocazione nel febbraio del 1982, registrato live e in forma di spettacolo teatrale sul palcoscenico del Carcano di Milano – con tanto di monologhi a inframezzare una scaletta che prevede, oltre ai brani originali del disco, inediti come L’illogica allegria o il singolo del 1980 Io se fossi Dio – e pubblicato lo stesso anno con il titolo Il teatro di Giorgio Gaber. L’ultima ristampa ad opera di Carosello Records, che poi è quella di cui ci occupiamo in questa sede, riprende invece la nomenclatura del primo vinile, restituendo al disco il giusto peso specifico.

Dai Polli di allevamento di tre anni prima, metafora nemmeno troppo velata di un’ideologia da batteria intensiva che si trasforma in uno “scadimento inerte” sempre più simile a una moda, si passa ai primi vagiti dei catodici anni 80 ed è già il tempo di riflessioni a freddo. “Si analizza ciò che rimane di tutto il fervore del decennio precedente”, affermano Gaber e il sodale Luporini, “Anche se non mancano momenti di vita e di introspezione molto personali. Si parte dalla constatazione di un riflusso che, senza alcuno slancio utopistico, sfocia nel gusto dell’effimero. I cosiddetti compagni che prima dovevano spaccare tutto e ribaltare il mondo, si erano messi a scherzare. Girava anche una battuta: “Mi sono spostato a destra”. Succede sempre così: quando non ci si crede più, ci si mette a scherzare”.

Un’indagine socio-culturale su vari piani che parte dal decennio affollato di ideologia e appena concluso per arrivare alla consueta riflessione sul singolo individuo, le sue debolezze, i timori, sublimata da una Il Sosia che altro non è se non uno specchiarsi à la Dorian Gray senza più illusioni. L’impegno e la controcultura diventano quasi anacronistici, in un rifiuto che in Anni affollati recita “ho fatto indigestione, la mia testa è piena, dall’Africa all’America al mio letto, non c’è rimasto niente che non so, io sono così pieno, da neanche ricordare, il giorno in cui lasciai una donna, o in cui una donna mi lasciò” e allontana dalle “poche immagini ma eterne” di cui invece si sentirebbe l’esigenza. Quelle, ad esempio, che ne L’illogica allegria fissano il bagliore riappacificante di un’alba in autostrada e in Gildo si cibano di una storia di amicizia commovente nata tra le corsie di un ospedale. Il resto è un ulteriore divincolarsi tra interiorità ed esterno: una Il dilemma che è semplicemente la più bella canzone d’amore di sempre; una Pressione bassa che col suo blues atipico rimarca ancora una volta il sentirsi fuori posto in una società in cui non ci si riconosce affatto; le derive prog di Al termine del mondo a riflettere sulla morte; una ‘1981’ che affronta la fede ideologica e religiosa.

E la violenza dei Settanta, il terrorismo, la politica? Finiscono in quella che ancora oggi è una delle invettive migliori del musicista milanese. Gli oltre quattordici minuti di Io se fossi Dio chiudono idealmente il decennio precedente richiamandone i protagonisti e senza fare sconti a nessuno: dal piccolo borghese dipinto come un “porco in tutti i sensi, una canaglia” ai giornalisti, mestieranti del dolore, capaci di buttarsi “sul disastro umano col gusto della lacrima, in primo piano”, fino ad arrivare a una politica “insinuante, astuta e tonda” che circonda di retorica la morte di Aldo Moro pretendendo un’assoluzione impossibile. Basterebbe questo brano per giustificare un disco come Anni Affollati, e invece c’è molto di più. Su tutto, la capacità di fissare in maniera spietata un cambio d’epoca e di modello sociale che di lì a poco avrebbe generato mostri ben più feroci.

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