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7.2

Potremmo partire dicendo che la sfortuna più grossa di Volevo nascondermi, film diretto da Giorgio Diritti sulla vita del pittore naïf Antonio Ligabue, è dover fare i conti con lo sceneggiato televisivo di Salvatore Nocita trasmesso nel 1977 e con un Flavio Bucci in stato di grazia nel ruolo del pittore di Gualtieri. Sì, perché giudicato per quello che è e senza considerare il predecessore, il film di Diritti è sicuramente uno spaccato assai poetico e ben girato di un artista che ha saputo racchiudere nei suoi quadri una biografia decisamente sfortunata, problemi psicologici dovuti anche a un’infanzia sofferta e una devastante solitudine. A suffragare la tesi c’è poi un Elio Germano bravissimo nel ruolo del protagonista e vero mattatore del film, vincitore di un meritatissimo Orso d’Argento per la sua interpretazione e certamente debitore anche verso l’indimenticabile personaggio tratteggiato con tale maestria da Bucci. La verità però, è che lo sceneggiato televisivo di Nocita ha ormai un peso specifico enorme nell’immaginario comune, sia cinematograficamente parlando sia in termini squisitamente “grammaticali”, considerata anche la firma di Cesare Zavattini e Arnaldo Bagnasco sul soggetto e la sceneggiatura. E tale peso, per chi si ricorda di quel film in tre puntate trasmesso dalla Rai, lo si coglie in ogni scena della pellicola di Diritti, sotto forma di un confronto serrato e senza sconti che nel nostro caso porta inevitabilmente ad alcune riflessioni.

Innanzitutto sembra piuttosto chiaro come il film di Diritti non abbia una briciola del neorealismo che caratterizzava lo sceneggiato di Nocita: le facce degli attori sono, appunto, facce di attori che recitano un ruolo, mentre Nocita fu capace di scegliere le persone e i personaggi in funzione di una rappresentazione piuttosto veritiera del contesto sociale che andava a raccontare. Una società contadina tipica della bassa del Po che aveva sul viso tutti i segni della fatica di un mondo semplice ma a suo modo spietato, profondamente legato ai ritmi della natura e in cui l’unico scopo dell’individuo era la sua sopravvivenza. Volevo nascondermi è invece un lavoro prettamente estetico, un’abile ricostruzione di una realtà virtuale pensata in funzione della macchina da presa, in cui non mancano mai il cibo sulla tavola o i vestiti ben stirati. Dal canto suo, Diritti sconta lo svantaggio di filmare in un’epoca in cui probabilmente i luoghi e le persone che frequentò Nocita non esistono più, risolvendo il tutto con inquadrature luminose, esteticamente bellissime, talvolta persino felliniane nel loro onirismo (ad esempio la scena in cui Ligabue si veste in abiti da donna), scelte accuratamente per suscitare un certo senso evocativo, oltre che per garantire alla storia un contesto credibile. Eppure anche lontanissime da quell’angoscia opprimente e deprimente che generavano certe scene girate in mezzo alla nebbia della bassa padana del film di Nocita. Elementi questi ultimi che, neanche a dirlo, indirettamente contribuivano a far percepire al pubblico il disagio provato dal personaggio a cui Bucci dava vita.

L’altro elemento che a nostro avviso un po’ manca a Volevo nascondermi è una sottolineatura efficace del legame quasi simbiotico tra Ligabue e il mondo naturale in cui è immerso, un aspetto che invece spiccava nello sceneggiato televisivo di Nocita. Il Ligabue di Flavio Bucci era, soprattutto inizialmente, un essere umano con i tratti somatici di un animale randagio e sporco, simile alle bestie che aveva attorno e che ammirava, radicato profondamente nella terra e nei boschi di pioppi bianchi della golena del Po, allucinato dalla fame e dall’isolamento, consumato dal freddo umido dei luoghi che facevano da scenario alle sue vicende. Il Ligabue di Germano soffre, si dispera, ma è anche teatrale, capace certamente di espettorare un disagio mirabilmente reso da uno splendido lavoro attoriale, ma in un modo quasi ragionato, pulito, e per estensione iconico e finanche eroico. Forse persino migliore di Bucci nel cogliere certe sfumature comportamentali del pittore – se non ci credete, dopo avere visto il film guardatevi questo filmato che ritrae il Ligabue originale – ma paradossalmente anche meno vivo e carismatico. Una recitazione, insomma, che ammiri per la tecnica e la tenacia, in cui le “sovraincisioni” sono tante e raffinatissime, ma che non ti sconvolge, non si insinua sotto pelle con violenza; al massimo muove un naturale senso di compassione verso il personaggio.

Volevo nascondermi ha però anche pregi che è giusto sottolineare. Del lavoro ammirevole di Germano si è appena detto – Bucci era stato certamente molto più energico nella sua interpretazione, ma anche meno fedele al vero Ligabue, mentre dietro la recitazione dell’attore romano si coglie uno studio maniacale e dettagliato di tutti gli atteggiamenti del pittore – ma c’è da citare anche la capacità che ha il film di rintracciare il disagio che caratterizza il personaggio, facendo iniziare il racconto dall’infanzia passata in Svizzera e, di soggettiva in soggettiva, passando in rassegna il punto di vista del Ligabue bambino, adolescente e uomo. Fino al momento della morte del pittore, esaltato da una sorta di contrappasso dantesco inverso – e forse un po’ cattolico – che porta a una redenzione intesa come gioia eterna dopo una vita di sofferenze.

Un film comunque da vedere, sia per riscoprire l’arte unica del pittore di Gualtieri, sia per continuare a credere che il cinema italiano sia ancora capace di dare spazio e lustro a storie “sociali” importanti e certamente da raccontare.

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