Recensioni

A quasi tre anni dalla scomparsa del cantautore arriva questo disco postumo, nato dalla volontà di sua moglie, Paola Farinetti, di non lasciare inedita Povero tempo nostro, l’amara riflessione che apre la scaletta e che conferma la capacità di Testa, nei suoi momenti migliori, di riuscire ad essere efficace con poco: pochi accordi, pochi tocchi di chitarra, frasi melodiche belle nella semplicità. A parte questa, il resto ha origine composita: da un vecchio tributo a Sergio Bardotti arriva Questa pianura, traduzione di Le plat pays di Jacques Brel che nell’efficace interpretazione del cantautore avvicina il Belgio alle pianure del Piemonte; La tua voce è un suo vecchio brano nella versione bilingue realizzata dalla cantante portoghese Bïa (alias Bia Krieger) in duetto con l’autore nel suo Navegar del 2015. Seguono bozze registrate in casa (e sistemate con un bel lavoro dal fonico Barillari) di brani scritti per altri: l’eleganza malinconica di Anche senza parlare scritta per un Sanremo poi non concretizzatosi di Mauro Ermanno Giovanardi e impreziosita dal clarinetto di Gabriele Mirabassi, e un gruppo di canzoni scritte per Paolo Rossi, nelle quali esce un po’ più di ironia e sberleffo (il donnaiolo distratto di Sotto le stelle il mare, la leggermente più “seria” Una carezza d’amor che potrebbe essere di Paolo Conte, la fiera dichiarazione di indipendenza del demone Alichino, dove Testa riesce ad essere aggraziato anche nell’occasionale turpiloquio, il ritratto di una contemporaneità invasa di parole straniere in Post-moderno rock, satira un po’ da anziani ma centrata). Chiudono il disco due brani tratti da uno spettacolo dedicato a Pascoli: il tradizionale Merica Merica, intervallato da brani di lettere di emigranti italiani recitati da Giuseppe Battiston, e una versione musicata della celebre X agosto (piuttosto lontana dalla versione degli Skiantos).
Il disco è effettivamente prezioso nel recuperare/raccogliere/pubblicare brani validi forti della nota eleganza del cantautore, ed è anche coerente: la scelta di lasciare le canzoni così com’erano, per sola voce e chitarra, lasciando i soli ricami strumentali ai brani già pubblicati e al demo per Giovanardi, suona tutt’altro che strana, visto il talento di Gianmaria Testa nel sottrarre, nell’essere efficace con pochi dettagli centrali (ricordiamo un concerto di fine anni ’90 in duo con Pier Mario Giovannone nel quale la parte ritmica erano le maniche delle giacche che strofinavano sulle corde), e la raccolta scorre come un disco che il Nostro avrebbe potuto pubblicare in vita, solo un po’ più scarno e sommesso del solito. A “vestire” le canzoni penserà semmai qualche gruppo che ne vorrà fare cover.
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