Recensioni

5.5

Categoria ambigua, quella degli album “di culto”. Ci trovi i capolavori passati inosservati, i buoni album che hanno sintetizzato intuizioni poi divenute cruciali, o ancora i fallimenti che nascondono gemme penalizzate da scelte e contesti scellerati. Oppure, ci sono le svolte inattese. Va da sé che spesso si tratta di una combinazione di questi aspetti. Ma c’è soprattutto una cosa che un album di culto fa: instaura un dialogo col tempo. Per molti versi, contiene sempre una premonizione, un messaggio nella bottiglia che acquista significato solo quando e se si verificano le condizioni per la sua piena comprensione.       

Quando La fabbrica di plastica uscì non furono in pochi a rimanere basiti. Il classe ‘72 Gianluca Grignani aveva esordito l’anno precedente, nel febbraio del ’95, con Destinazione paradiso, un successo clamoroso sia in Italia che sul mercato estero (terzo disco più venduto in patria nell’anno solare, un paio di milioni di copie piazzate complessivamente). A spingerlo in alto furono le due fortunate partecipazioni prima a Sanremo Giovani con La mia storia tra le dita (novembre 1994, nella stessa edizione che vide esibirsi in cerca di gloria Daniele Silvestri, Neri per caso e Bluvertigo, questi ultimi non ammessi alla rassegna maggiore), quindi a Sanremo ‘95 con la ballata che intitolerà l’album (finirà sesto tra le “nuove proposte”, subito sotto ai famigerati Dhamm). 

Il secondo lavoro, uscito a maggio del ’96, palesava fin dalle prime note un piglio decisamente rock, peraltro niente affatto “classic” ma in linea coi recenti sviluppi – diciamo così – “alternativi” di stampo anglosassone. I fan che lo avevano amato senza riserve per le ballate agrodolci e intrise di spleen etereo, rimasero come minimo sconcertati. Due parole su questi “fan”: le melodie potentemente carezzevoli, la vena inquieta (neppure troppo sommersa) che pulsava nei testi e nella voce, nonché – last but not least – l’avvenenza dai palpabili risvolti maudit, avevano fatto del primo Grignani un idolo dei giovanissimi (soprattutto, mi sia consentito, delle giovanissime), ma pure i di loro genitori non disdegnavano affatto. Da perfetto sconosciuto, in pochi mesi il cantautore milanese (nativo di Precotto: astenersi battutisti) si ritagliò un posto di primo piano nel pantheon dello shobiz versante nazionalpopolare. Un tipico caso di “from zero to hero” vertiginoso, gestito con accortezza da due produttori abili e scafati quali Vince Tempera e Massimo Luca.

Poi, appunto, arrivò La fabbrica di plastica. Ammetto che il clip della title track sulla gloriosa Videomusic mi fece compiere il proverbiale balzo sulla sedia: atmosfere oniriche per non dire deliranti per non dire tossiche, chitarre in derapage elettrico come se le avesse morse la tarantola noise-psych, il testo che sbucciava una metafora a grana grossa ma efficace sugli ingranaggi spietati del Sistema. Quanto a lui, il giovanotto bello & dannato da telefilm adolescenziale che conoscevamo si presentava come un ibrido tra un joker, un drugo e un proletario di Metropolis, il volto deformato da un ghigno sornione alla Barrett, il tutto immerso nella nebbiolina livida di un incantesimo chimico. Cosa cazzo (gli) era successo?

Massimo Luca, ormai suo ex produttore, non riusciva a farsene una ragione. Anche la stampa non si spiegava dove questo erede della radiofonia italiana con qualche ambizione autoriale volesse andare a parare. Poi c’eravano quelli che del “vecchio” Grignani se ne erano fregati cordialmente perché impegnati ad ascoltare, ad esempio, The Bends, uscito nel marzo 1995. Costoro rimasero stupiti rilevando ne La fabbrica di plastica così evidenti rimandi alle sonorità messe a punto dai Radiohead, dei quali il “Grigna” doveva essere chiaramente devoto. Davvero sorprendente da parte di chi fino a quel momento veniva catalogato – a spanna – come un neo-Baglioni dalle vaghe ascendenze vascorossiane. Veniva da chiedersi se dietro a quel volto da stellina effimera del pop non si celasse un rocker vero, irrequietezze e maledizioni comprese. In ogni caso, nel medio termine il mercato emise il suo verdetto: vendite a picco (“appena” centocinquantamila copie, numero di tutto rispetto ma irrisorio se si considera l’effetto traino dell’album d’esordio), pubblico nazionalpopolare in fuga, tour in crisi. Di contro, il popolo dedito al cosiddetto “rock alternativo” gli riservò una certa attenzione che con gli anni ha procurato a La fabbrica di plastica l’ondivago stato di culto cui accennavamo sopra. Su questo mi piacerebbe soffermarmi. 

Riascoltato oggi, La fabbrica di plastica produce intatta la sensazione di un “diverticolo” anomalo rispetto alla problematica carriera di Grignani, e che sia proprio questa particolarità a renderlo un album degno di attenzione, senz’altro più della non eccelsa qualità delle canzoni. In effetti le sonorità – grazie anche al contributo in produzione di Greg Walsh – ricalcano puntualmente (fin troppo, verrebbe da dire) la tavolozza della band oxoniense e comunque tutta una strategia di distorsioni controllate e saliscendi dinamici che chiamano in causa – per dire – Pixies e Suede. Non mancano momenti interessanti, certo, di cui il più riuscito è senz’altro lo sfaldarsi magmatico della ballad che dà il titolo all’album, la stessa non a caso del relativo e sorprendente videoclip (che mi spinse a comprare la cassettina). Tuttavia, la sensazione che ne ebbi all’epoca – ampiamente confermata oggi – fu di una scrittura rimasta al palo, ovvero di una “svolta alt-rock” solo superficiale, grossolana, limitata perlopiù all’abito sonoro: si prenda L’allucinazione, praticamente una La mia storia tra le dita con badilate di elettricità e distorsione a guarnire, mentre i pezzi più intrinsecamente rock sono bozzetti piuttosto immaturi (+ famoso di Gesù, Rok Star). Testi e interpretazione si avvitano su un tormento ombelicale (Il mio peggior nemico, Testa sulla luna) e su digressioni esistenziali abbastanza didascaliche (Solo cielo, La vetrina del negozio di giocattoli, Galassia di melassa), roba che all’epoca avrei detto “da diario delle medie” (magari lo pensai davvero) e oggi tornerebbe bene come status acchiappa like da IG Stories. Insomma, era un po’ tipo comprare Rockerilla e trovarci articoli scritti dai redattori di Cioè.  

Se comunque si volesse porre La fabbrica di plastica sullo stesso piano del rock “indipendente” (come si diceva allora) italiano del periodo, il confronto sarebbe impietoso. Qualche nome: Afterhours (Germi è del 1995), Santo Niente (La vita è facile, 1995), Massimo Volume (Lungo i bordi, 1995) CSI (Linea gotica, uscito a gennaio ‘96), Marlene Kuntz (Il vile, 26 aprile 1996), Cristina Donà (Tregua, 1997), Scisma (Rosemary Plexiglas, 1997) e via discorrendo. Alla luce di ciò, perché La fabbrica di plastica viene ormai da molti anni considerato un cult? Me lo sono chiesto spesso. E ho provato a darmi una risposta: penso che sia dovuto appunto al suo “messaggio nella bottiglia”. Grignani aveva seminato un indizio significativo riguardo alla sua implicita attitudine rock proprio in Destinazione paradiso, ballata che tra le movenze accattivanti cela una sorta di lettera di commiato di due amanti prima del suicidio (o, secondo altre interpretazioni, di un trip particolarmente immersivo): la “paradiso città” citata un paio di volte nel testo e in chiusura di canzone è un chiaro riferimento a Paradise City dei Guns N’ Roses, protagonisti dei tardi 80s grazie a un rock fracassone e forzatamente maledetto, sorta di ponte tra l’hair metal à la Motley Crue e la scena di Seattle (è evidente ad esempio l’influenza sui Mother Love Bone). 

Gianluca Grignani esordì quando il grunge era ormai morente, venne “adottato” dalla Polygram e condotto sui binari di un successo meritato (nel suo genere, Destinazione paradiso era – è – un ottimo lavoro) ma dal quale evidentemente non si sentiva realizzato, casomai snaturato, addomesticato. Evidentemente la scossa di The Bends – niente affatto simbolica: lo stesso Grignani ha dichiarato più volte quanto ne fosse rimasto colpito – deve averlo convinto che il colpo di mano era possibile. Ed ecco l’aspetto più interessante di La fabbrica di plastica: coincise col tentativo da parte del pop italiano mainstream di incorporare elementi formali e codici rock contemporanei. Fu un doppio fallimento, artistico e commerciale, la dimostrazione che i gradi di separazione erano troppi, non solo tra il pubblico – diciamo così – radiofonico e quel tipo di rock (che in UK, per dire, passava in tutte le radio), ma anche rispetto ai media, che difatti trattarono La fabbrica di plastica come una bizzarria indecifrabile, come il passo falso del solito artistoide travolto da un successo più grande di lui. 

In realtà, dal punto di vista del rock contemporaneo era un album persino banale, telefonato, perciò abbastanza incongruo. Tutto il ritardo italiano rispetto al rock – in quanto cultura sedimentata e codice espressivo stratificato – organizzò gli anticorpi e lo rigettò, obbligando Grignani alla parziale retromarcia del successivo Campi di popcorn (1998) e quindi a un rientro graduale nei ranghi, senza comunque mai recuperare la solidità e la statura pop dell’esordio. Per quanto, come si sarà capito, non lo abbia mai particolarmente apprezzato, vederlo ammiccare a un pubblico catodico – ormai in tutto e per tutto nazionalpopolare – sulle note di L’aiuola, uno dei singoli più indecorosi mai pubblicati nella storia della fonografia universale (estratto da Uguali e diversi, 2002), fu un’esperienza disarmante. Provai sincero imbarazzo per lui, che a trent’anni stava evidentemente pasturando proprio quella fabbrica di plastica contro cui aveva provato a ribellarsi, con un piglio del tipo “se non li puoi battere unisciti a loro e riempili di trash”, e pazienza se trash lo diventi – lo sei – pure tu. A suo modo, fu la chiusura del cerchio.

A Grignani va dato il merito di averci provato, ma il suo fu un tentativo velleitario, una specie di falso movimento. Un equivoco, anche. Dotato di una voce non bella né potente ma peculiare, nonché di un’indubbia attitudine melodica al servizio di una scrittura tutto sommato efficace, gli toccò diventare il paradigma di come il rock, affinché sia davvero rock, non vada “fatto”. Il suo provarci – ripeto: meritevole, comunque significativo e per certi versi struggente – era destinato al fallimento perché mancava di elaborazione e sostanza, mancava il rock nella sua essenza, che è prima culturale ed esistenziale e solo di conseguenza musicale. Rock che è una dimensione, non una formula. 

La parabola di Gianluca Grignani – di cui La fabbrica di plastica rappresenta il punto più basso o l’apice, secondo il punto di vista – è interessante proprio per come testimonia lo scarto tra il rock e la percezione diffusa del rock in Italia. Uno scarto che tra un Lauro e un Måneskin stiamo ancora, a quanto pare, scontando.    

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