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6.8

«Se proprio devo cantare, che siano parole di ferro» recita Se proprio devo, che è pure uno dei brani più riusciti di questo terzo disco di Giacomo Toni, con quel groviglio di malinconie à la De Gregori distese sulla tastiera del pianoforte a riprendere un po’ i toni della Inchiodato a un bar posta in chiusura nel precedente album del musicista, Nafta. Parole di ferro che generano 10 ballate attente alle mezze luci, intime e certamente meno portate per quei colpi di teatro surreali, fisici, acuti e al tempo stesso da bar di provincia che avevano invece caratterizzato il secondo lavoro del musicista romagnolo.

A dirla tutta, ad un primo approccio sembra tutto un po’ sospeso, tanto che viene da chiedersi dove sia finito il “piano-punk” dissonante e scapestrato di Toni. La responsabilità non è solo della scrittura generalmente più riflessiva e del cantato più trattenuto del Nostro, ma anche di arrangiamenti che istituzionalizzano la vena alcolica e caracollante tradizionalmente associata al personaggio costruendo per lei abiti eleganti e raffinati (ad esempio, il pizzicato d’archi dell’iniziale e bellissima Gianni) ma anche piuttosto mutevoli nello stile, come dimostra il country blues via bottle-neck della Buongiorno posta in chiusura – sorta di firma del lavoro di produzione artistica di Don Antonio (Antonio Gramentieri), rintracciabile un po’ in tutto il disco, sia nei suoni delle chitarre e che nelle scelte estetiche. 

Eppure, con gli ascolti diventa chiaro che Ballate di Ferro vive più di dettagli musicali e inquadrature fuggevoli piuttosto che di panoramiche nitide ed esemplari, di suggestioni e fotogrammi emozionali sparsi piuttosto che di un’umanità teatrale e ben presente: «quando lei passa, gli autobus inchiodano» si canta in una Autobus che parla d’amore ma con un passo da frontiera americana; «È a te che io darò atti privati e preghiere funzionanti a livello tecnico, e insisterò sui miei errori», si ironizza in una Sexy Smog che in alcuni passaggi ricorda Una vita tranquilla di Tricarico e in altri i Beatles; «Ho un bel conto corrente, ho la mia dignità, però hai presente, se piove, tutto quello che ho è un vecchio amore, e lo so» recita l’iniziale Gianni.

La scelta è coraggiosa, dal momento che la cifra stilistica di Toni è sempre stata legata anche a quel gusto anarchico, sarcastico e tutto particolare nel rievocare situazioni al limite, mentre qui le canzoni godono di una rotondità maggiore e di una linearità più comprensibile. Nel migliore dei casi, quando tutto gira a dovere (testi e musica), escono piccoli capolavori come la già citata Gianni, Se proprio devo, Tutto mi fa ridere, Buongiorno; in altri frangenti, ad esempio nella pseudo-lennoniana Qualcosa di povero o in Mah, si coglie invece qualche piccolo calo di ispirazione nei testi, o perlomeno non la consueta, tagliente lucidità.

Complessivamente, comunque, si tratta di un buon disco, utile per ricominciare ad ascoltarsi, per mettere in ordine i pensieri e per augurarsi un futuro migliore rispetto al presente che abbiamo vissuto nell’ultimo anno e mezzo. In Giacomo Toni continuiamo a riporre grande fiducia, e Ballate di ferro, al di là di tutto, ribadisce la vena creativa comunque peculiare di uno dei cantautori italiani più originali degli ultimi dieci anni.

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