Recensioni

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«Gareth Dickson is a ghost»: con queste parole esordisce il comunicato stampa, con il quale siamo totalmente d’accordo. Pertanto, trattandolo come un appartenente al mondo al di là dello specchio, rovesciamo il modus operandi e cominciamo l’analisi di questo Orwell Court dalla fine, ovvero dalla cover di Atmosphere dei Joy Division. Cominciamo dalla maniera evanescente, pulviscolare, eterea con cui Dickson ha ammantato quella che era già di per sé una sorta di elegia trascendente, e che nelle corde del chitarrista di Glasgow diviene qualcosa di ancor più sognante ed ectoplasmico, sfumato al tatto eppure ben pronto a segnare nel profondo. Un trattamento, quello attuato da Dickson, che ricorda la maniera con cui i Codeine si approcciarono alla stessa materia nella compilation A Means To An End di millemila anni fa o, per rimanere allo stesso tributo, quella attuata dai Low su Transmission; ecco un modo semplice per comprendere l’approccio di Dickson.

Sì, perché è parte integrante della cifra stilistica di Dickson il procedere in punta di plettro, il lasciare note di chitarra ad asciugare su una distesa di silenzi, il prosciugare il fingerpicking formativo alla Fahey e il cantautorato nomadico e umorale alla Nick Drake per arrivare a rendere l’essenza, la sola e nuda anima della propria, palpabilmente sofferta, musica. Un approccio, quello utilizzato per “stilizzare” quel pezzo dei Joy Division, che poi viene diluito in tutto il disco, perché parte integrante del sentire musicale di Dickson: sospiri, sussurri, voci sognanti e corde sfiorate, note sfumate, atmosfere tratteggiate, un senso di pastorale bucolica a pervadere il tutto, su cui vengono tratteggiate in lontananza brume autunnali e nubi malinconiche.

È una musica sempre sul punto di svanire, quella di Dickson; ectoplasmica e misteriosa, proprio come si addice a un fantasma; nostalgica senza risultare mai cliché o maniera; volatile e inafferrabile come un soffio dell’anima.

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