Recensioni

C'è qualcosa di rassicurante nel modo in cui certe cose continuano ad accadere malgrado i timori, gli allarmi, gli sconvolgimenti. Il bioritmo espressivo di Gabriel Sternberg, ad esempio, sembra procedere con beata indifferenza rispetto al bailamme quotidiano, all'intersecarsi schizoide degli stili. Appare refrattario ad ogni ipotesi di clamore e agli input modaioli, semplicemente riprende a tirare il filo esile ma tenace del suo discorso, tremore indie appeso a ugge cameristiche (soprattutto la title track), visioni dreamy post/cinematiche ed emulsioni shoegaze.
Balenano come fotogrammi liquidi influenze e riferimenti, tipo i Lush liofilizzati Clientele (nel ciondolare serico e sonnacchioso di All We Want e Pascal On Drugs) o le palpitazioni lo-fi nella bambagia onirica Slowdive (New Citizen, Halfway Between Us), o ancora l'estro androide minimale Lali Puna in Don't Ask e l'Elliott Smith lunare di Godspeed. Eppure alla fine avverti palpabile il senso di un solco personale che Sternberg è riuscito a tracciare canzone dopo canzone di questo album maturo e robusto oltre e malgrado l'aspetto diafano.
Amazon
