Recensioni

L’architettura quasi brutalista del Teatro Concordia di Venaria Reale, con le sue superfici riflettenti e la freddezza industriale, costituisce un paradosso tanto interessante quanto necessario per capire l’ennesimo sold out di La Niña in questo fortunatissimo 2025. Anche se la cintura periferica della città può sembrare quanto di più lontano esista dall’idea, tra il mistico e il bucolico di Furèsta, è proprio qui che La Niña, al secolo Carola Moccia, ha deciso di piantare le sue radici stasera. “Torino è stato il primo live come La Niña” rivendica con orgoglio. Il dado è tratto.

Nonostante la presenza scenografica di una vera e propria foresta di piante e arbusti, La Niña appare lontana da un bucolismo di maniera, anzi sfrutta questa scatola di cemento per amplificare la tensione strutturale del suo apprezzatissimo Furèsta. Il contrasto fisico tra il luogo e la materia musicale diventa quindi un’inevitabile chiave di lettura: diventa un conflitto acustico dove l’urbanità dell’ambiente comprime e al contempo esalta la visceralità arcaica del folk dell’artista partenopea.

L’incipit del set sfida l’acustica algida della sala (che ancora una volta regge benissimo l’urto di un concerto robusto) con una dimensione marcatamente folk che precede la tempesta sintetica del finale. Prima ancora dei beat, La Niña impone un tempo sospeso, quasi sacro – fra le nuovissime derive di una giustamente osannata Rosalìa e una Florence & The Machine partonepea – affidandosi a brani come Mammamà e Oiné. Qui sembra che le pareti trasudino per un dolore antico, materno. Connessione che si esaspera e diventa fisica su Ahi: il pubblico che risponde alla chiamata partecipando attivamente con un coro di “cuori spezzati” che intona i versi lontani dai soliti sing-along da concerto pop.

Questa discesa nel ventre della tradizione trova il suo manifesto definitivo nella rilettura del classico Maruzzella. Spogliata di ogni vezzo da cartolina col Vesuvio in bella mostra, la melodia si fa scura, essenziale, permettendo alla voce di entrare nel vuoto volumetrico con potenza. 

Rispetto alle date estive, la presenza scenica ha acquisito una nuova, tagliente essenzialità. La Niña ha asciugato ogni didascalismo: nessuna spiegazione superflua, solo un dialogo sincero e diretto. Questa maturazione performativa permette a brani complessi come Sanghe, Pica Pica o Salomé di mantenere intatta la loro tensione, lasciando che le influenze mediorientali e l’eco di riflussi iberici saturino il teatro senza interruzioni di sorta.

È in questo spazio che la contemporaneità del progetto – la stessa che lo sta facendo apprezzare anche molto all’estero – deflagra, trasformando la platea in un corpo unico e danzante. Sulle frequenze basse di Tremm’ e sull’incedere di Guapparìa, il Concordia sembra trasformarsi un club di frontiera. Il pubblico partecipa, balla una danza nervosa, urbana, una liberazione fisica in cui la cassa dritta e le percussioni traghettano la tradizione partenopea direttamente nel futuro, dimostrando che la foresta di Moccia può anche essere punto di incontro tra la carnalità del rito e la precisione digitale delle produzioni.

Il vertice emotivo, ça va sans dire, tocca a Figlia d’a tempesta, brano che ha abbondantemente travalicato la dimensione dello streaming per farsi inno di protesta virale sui social. Qui l’ibridazione stilistica – fiore all’occhiello dell’offerta di La Niña – raggiunge l’apice. L’avevamo già detto: il tanto demonizzato autotune agisce come filtro espressivo per metallizzare il dolore collettivo e genera una sorta di vocalità post-umana che il pubblico riconosce e fa propria. La tradizione si potenzia nel contenitore: il live di La Niña è una cerimonia primordiale officiata con macchine antiche e moderne, dove il cemento della periferia diventa magicamente terreno fertile per un folk geneticamente modificato.

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