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6.8

Il terzo album, quello che mette alla prova i passi incerti, Frankie Chavez se lo trova fra le mani a conferma dei suoi primi cinque anni di carriera. Pochi ancora conoscono le sue doti al di fuori del Portogallo o giù di lì. Lusitano, un’adolescenza consumata fra i dischi di Carlos Paredes, Ry Cooder e Led Zeppelin con un po’ di punk che non guasta mai e infine la decisione di provarci anche lui, plettro e chitarra alla mano.

C’è da dire che gli esordi sono di ottima fattura, anche se spesso cadono nella classica autoreferenzialità delle 12 battute blues. Poco male, anche perchè Chavez dimostra tenacia nell’andare avanti e nel migliorare. Ha un mentore d’eccezione in Nelson Carvalho, che praticamente lo porta per mano in tutti e tre i dischi. Family Tree andava oltre la semplice reiterazione degli standards, pur non spiccando veramente il volo. Qui Chavez capisce l’importanza della tradizione acustica e immette sonorità che sembravano irrimediabilmente sopite, con la chitarra portoghese che, messo da parte il fado, si trova a strimpellare stumming vellutati e volute di un intimismo folk.

Heart & Spine è più elettrico, spinge su un blues pestato, con accordatura apertissima stile ZZ Top, e un bel fingerpicking alla Ry Cooder (Fight, Voodoo Mama); s’alza un po’ glam giro Whitesnake (Her Love), echeggia quel maelstrom tra garage e hard (Heart & Spine, I’m Living), striscia stomp (Psychotic Lover), dixieland (Morning train) e un po’ mellow songs da basse frequenze (Sweet Life, Don’t leave Tonight). Forse il pezzo meglio riuscito è Pine Trees, una specie di ballad outlaw in salsa mediterranea, difficile da sentire in giro: la cosa più genuina e matura che Chavez abbia prodotto fino ad ora.

C’è tanta carne al fuoco, insomma, si percepisce il lavoro fatto sul palco e poi riportato, magari non al 100%, in sala di incisione. Si tocca con mano una forte sensibilità, anche quando tutto sembra troppo strutturato e il Nostro furoreggia tra slides e vecchie radici. Manca ancora uno stile personale che speriamo sia lì da venire, fra tutte quelle chitarre che suona e una Lisbona fra le più vulcaniche ed internazionalizzate di sempre. Decadentismo e crisi globale permettendo.

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