Recensioni

Chissà cosa spinge una band svedese ma inglese d’adozione a scegliere come ragione sociale un oggetto destinato oggi al fanatismo di collezionisti. Leggi Francobollo e – sbagliando – subito ti viene da pensare all’ennesima fuffa in salsa indie nostrana. Sì perché di questo Long Live Life, esordio assoluto per l’ensemble scandinavo, si potrà dire tutto eccetto che tacciarlo di quella “piacioneria” figlia di ossessionati seguaci dei trend (sonori) del momento. Sarebbe semplicemente bastato aggiungere al visionario artwork un’indicazione con la scritta ben in evidenza «Benvenuti (o ben tornati) ai nineties» e avremmo inquadrato subito l’intero progetto. Ebbene, facciamolo allora questo salto al ventennio scorso. I Francobollo non sono di certo i primi a ripercorrerne quelle tensioni sonore, tanto da autocertificare il proprio sound come un «ibrido pop-rock a metà strada tra Weezer e Teenage Fanclub». Coordinate verosimili, rintracciabili nelle costanti frizioni chitarristiche e in un certo senso di levità filo-Eels che comunque finisce per connotare l’intero album. Il grande assente in questo gioco di rimandi è però quello Stephen Malkmus che con i Pavement ha segnato in modo netto i 90s, rendendo la sua band un punto di riferimento quasi inconscio per molti musicisti.
Fingiamo sia stato così e ipotizziamo che gli svedesi non abbiano mai ascoltato Terror Twilight o Brighten the Corners; le analogie sarebbero talmente evidenti da far pensare ad una produzione curata da Malkmus in persona. In cabina di regia troviamo invece Charlie Andrews, l’uomo dietro ai primi due album di successo degli Alt-J, e che ha messo qui in luce la capacità d’intercettare le naturali pulsioni della band. Basta scorrere la scaletta, infatti, per incappare in un canovaccio noto ma sorprendentemente efficace: riff pungenti al limite dell’art-pop (Worried Times), l’incedere sornione di cavalcate elettriche (Trees) ed un’imprevedibilità di fondo fatta di bruschi rallentamenti e brucianti accelerazioni a rendere gustoso l’ascolto (Good Times). Girotondi rodati, che pungolano senza far male e che cedono il passo ora ad un incendiario punk (Radio), ora ad ammiccamenti – ecco che qui sono pertinenti – ai più eterei Teenage Fanclub (Wonderful), alle atmosfere fumose in salsa Grandaddy altezza The Sophtware Slump (Sense), e addirittura a echi Wilco con un papabile Richard Ashcroft ad apparecchiare la tavola (Uso).
È un gioco d’equilibri Long Live Life, costantemente in bilico tra forze che si attraggono e respingono per poi scontrarsi in un immenso calderone a base di spezie indie-rock. I Francobollo non hanno paura di scoprirsi, mettendo in luce tutti i propri punti di riferimento. Il rischio è, come in questo caso, sbandare in un citazionismo talmente accentuato da rendere indecifrabile il proprio estro. Le qualità sono evidenti e difficili da insabbiare ma ora serve aromatizzare il tutto con una dose di massiccia di personalità utile a smarcarli dalla citazione tout court e avvicinarli ad una rilettura in grado di dire qualcosa in più – laddove possibile – su un genere ed un periodo storico da cui è complicato disintossicarsi. Anche per chi scrive.
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