Recensioni

6.9

Sono passati quattro anni da Parallel, ultimo lavoro in studio di Kieran Hebden, in arte Four Tet. Il nuovo disco, intitolato Three esce il 15 marzo per Text Records. Dal 2020, anno di numerose produzioni (oltre a Parallel, anche gli album Sixteen Oceans 871, oltre all’EP dal titolo ⡇ꉺლ༽இ•̛)ྀ◞ ༎ຶ ༽ৣৢ؞ৢ؞ؖ ꉺლ) a oggi, Four Tet si è dedicato a numerose collaborazioni (con Burial Thom Yorke), ma soprattutto ha consolidato il suo status di DJ da grandi venues. Ultimamente i suoi compagni di palco nei grandi festival (Coachella 2023 su tutti) sono pesi massimi come Skrillex e Fred Again.. .

Un “secondo lavoro” evidentemente rigenerante per Hebden, che nelle uscite in studio aveva iniziato a mostrare un po’ la corda e i limiti della sua elettronica a bassa intensità, soprattutto in New Energy del 2017, lavoro in cui il suo discorso elettroacustico risultava sciacquato in tessiture ambient poco a fuoco, rimanendo a metà strada fra un ascolto contemplativo e uno distratto. Three vede Four Tet tornare nella sua dimensione più consona, quella dello studio, con un entusiasmo forse rinnovato. Il disco è infatti una summa degli aspetti più caratteristici della sua poetica, stavolta tutti in compresenza, per una tracklist complessa e gioiosa.

Alcuni dei pezzi sono Four Tet nella sua comfort zone folktronica: Gliding Through EverythingStorm CrystalsSo Blue mettono in primo piano quella componente acquatica e aeroportuale, musica per non luoghi che è il suo marchio di fabbrica fin dagli esordi. In So Blue in particolare, arpeggi di synth e voci campionate aggiungono un layer di nostalgia anni ’90 prontamente ingabbiato da percussioni quasi slowcore. Non mancano episodi che rimandano alla deep house, come 31 Bloom o il primo singolo, Daydream Repeat, pezzo dall’hi-hat preponderante dove un semplice motivo di pianoforte si sfrangia e dissolve in un drone sonnolento ed effettato, che contrasta con la sua angoscia white noise una melodia altrimenti classica.

Altri pezzi incorporano elementi quasi estranei al discorso di Four Tet, in un recupero di significanti nostalgici ed evocativi che prefigurano un discorso hauntologico laboratoriale, nel suo essere asettico e preciso: Loved presenta una componente sonora assimilabile al Fender Rhodes, per una resa quasi prog della canzone; in Skater, forse il centro emozionale del disco, arpeggi di chitarra jingle jangle dal chorus pronunciato, a segnalare un recupero di certo indie anni ’90 (vengono in mente gli Slowdive) ma anche di certo pop glaciale del decennio precedente (Cocteau Twins su tutti, richiamati anche da vocalizzi flottanti).

Un disco complesso ma generoso, dove la tracklist rivela la complessità delle influenze e delle manipolazioni emotive a cui il discorso Four Tet è ancorato, sempre in bilico fra emotività e approccio entomologico “da guanti bianchi” nel trattare i pezzi di memoria da inserire nelle sue costruzioni lucide e anodizzate.

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