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7.5

Il nuovo lavoro di Florian Hecker, Natural Selection si pone innanzitutto come un’indagine radicale sulla morfologia del suono digitale e segna un punto di rottura rispetto alle macro-narrazioni spesso impenetrabili dei suoi ultimi anni, preferendo la forma della “costellazione”: nove tracce che trattano il segnale come un organismo in perenne mutazione timbrica. Lontano dalle mastodontiche prove durazionali che hanno caratterizzato la sua produzione recente, questo LP recupera una dimensione sensoriale e quasi “giocosa”, riallacciandosi a quella CPU sorcery abrasiva che rese fondamentali lavori come Recordings for Rephlex (2006) o Acid in the Style of David Tudor (2009).

Il baricentro teorico del disco risiede nella collaborazione con il matematico Vincent Lostanlen, pioniere dell’analisi computazionale dell’udito. In brani come Syn 21845 8 J15 Q12, Hecker applica processi di scattering tempo-frequenza a microscopici glissandi, generando una sfasatura percettiva paradossale: l’orecchio percepisce un flusso in perenne inversione, ma si tratta di un’illusione psicoacustica in cui nessun audio è realmente riprodotto al contrario. È una manipolazione del tempo che sembra dialogare a distanza con le strategie di un pioniere come Carl Stone: laddove Stone trasfigura il reperto pop in un mantra granulare attraverso il campionamento, Hecker compie un’operazione analoga sul puro detrito informatico, estraendo una vitalità pulsante da processi nati per la semplice analisi dei dati.

È tuttavia nella vera e propria fisicità di questa illusione che Natural Selection rivela la sua natura più profonda. Hecker opera qui come un “hacker della percezione”, sfruttando i limiti del nostro sistema nervoso per generare suoni che non esistono fisicamente nell’aria, ma prendono forma solo all’interno della scatola cranica dell’ascoltatore. È un ascolto che quasi smette di essere fruizione per diventare una specie di atto di auto-osservazione neurologica: il piacere del disco risiede proprio nel corto circuito tra la precisione chirurgica dell’algoritmo e l’incapacità del cervello di decodificarlo, trasformando, in un’operazione quasi di mindfulness sonora, il rumore digitale in sequenze involontariamente dubwise o in architetture spaziali infinite.

L’album culmina nei trentacinque minuti finali di M 35/36, un affresco sinfonico di frequenze fantasma e iridescenze armoniche. In definitiva, Natural Selection ci restituisce un Hecker capace di abitare il paradosso: una musica che richiede una matematica estrema per essere generata, ma che una volta liberata agisce come una forza naturale, bruta e imprevedibile. È la conferma che, nel suo universo, la sintesi non è mai un atto statico, ma un processo di selezione biologica dove solo il suono più capace di sfidare la nostra cognizione è destinato a sopravvivere.

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