Recensioni

I Fine Before You Came sono un quintetto milanese attivo dal 2000. Non so perché, ma qualcosa mi dice che all’origine della loro ragione sociale ci siano questioni d’interesse – diciamo così – generale. Ma lasciamo perdere. Lasciate perdere il mio cazzeggiare, perché col terzo omonimo disco (sottotitolato A novel by Fine Before You Came) i ragazzi battono un colpo importante. Massì, tanto vale che vi spaventi subito: si tratta di un concept bello e buono, al quale i FBYC devono tenere particolarmente se nelle note di copertina arrivano addirittura a raccomandarci d’ascoltare le tracce in sequenza, d’un fiato.
Tanto vale però che vi rincuori: la raccomandazione è appropriata, ma le canzoni funzionano benissimo anche prese una per una. Allora, tanto vale che mi sbilanci: proprio questa capacità di risolvere la dimensione del concept senza venire meno alle unità espressive dei singoli pezzi fa di questo disco un gran disco. La vicenda non ha un vero e proprio plot, trattandosi di una sorta di psicodramma dell’alienazione metropolitana, l’io sperso tra disperazione annichilente e barlumi d’umanità residua (più dolorosi che vitali). Se il motore gira è grazie al carburante, una tensione acuta come una lama infilata nel cuore, rigirata per dodici tracce all’insegna di wave, post ed emocore, con vibrazioni psych-blues e strali funk che finiscono a macerarsi in una specie di soul sanguinolento.
In particolare, se l’alta temperatura emotiva dell’iniziale A City è come imbrigliata tra risoluti arpeggi math, Moving Units è un tale febbrile congegno di svolte ritmiche e melodiche che potresti scambiarlo per una mini-suite, al contrario dell’angoscia wave raggelata di The man Feels Manly (zenit poetico del disco) smentita a sua volta da quella The Monster Spoke che mastica disarmo esistenziale condita da nevrosi Roger Waters e bieca vocazione soul (circa gli Afghan Whigs di Black Love). Detto della potenza del suono, col notevole interplay tra la sezione ritmica e le chitarre (la lezione June of 44 non è passata invano), sottolineato poi l’uso parco ma decisivo di tastiere e rumori, speso infine un elogio alla voce che dribbla i propri limiti cucendosi addosso un malanimo incandescente, resta da dire dell’interessante "confezione" che comprende un libretto coi testi “arricchiti” e un DVD con le suggestive immagini girate a New York (la città per eccellenza, nel bene e nel male) da Antonio Rovaldi, ispirate e naturalmente accompagnate dalle musiche del disco. Che è, l’ho già detto, un gran disco.
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