Recensioni

7.5

C’è una visione che non si spezza, la convinzione che le emozioni possano rappresentare se non la via di ritorno alla realtà, almeno l’accesso a un mondo in cui c’è tempo per i pensieri. Si vive in un perenne stato di assedio emotivo, in cui tutti avvertiamo un certo grado di solitudine a cui poniamo rimedio instaurando legami superficiali o evanescenti. La musica è nell’aria, ci sono rivelazioni che hanno l’urgenza di un’indagine, si continua a desiderare, desiderare senza sapere cosa. La sensazione è quella di galleggiare, di cadere, non è ancora finita l’introduzione che sappiamo di essere perduti.

Sento cadere qualcosa è il terzo album della band di Cascina (PI) Filarmonica Municipale LaCrisi formata da Pierfrancesco Del Seppia (voce, chitarra), Matteo Lenzi (organo, synth), Giulia Costagli (sax, flauto, synth), Luca Di Pietro (batteria, drum machine, basso) e Jacopo Staccioli (trombone). L’album, uscito il 27 aprile 2015, conta sullo sguardo benevolo e sulla produzione di Alessandro Fiori, la cui sensibilità artistica ha trovato riscontro nelle azioni pronte a esplodere della Filarmonica, che abbandona la sbornia di parole e pensieri del disco precedente (L’educazione artistica). Aleggia una nebbia su tutto l’album, un presagio dei giorni che verranno, accenni di un futuro impossibile da raggiungere perché riposa nel passato. L’odore è quello delle lacrime e del sonno; tutto si sposta dalla dimensione teorica a quella personale. Dopo la caduta si passa a contare le vittime, in cerca dei sopravvissuti. Si finisce per fare ciò che non si vuole, e tuttavia si è responsabili delle conseguenze.

La fine di un disco è solo il suo inizio, perciò non è strano che il primo brano, la Demolizione della terra, contenga l’epilogo di una storia, di un dolore o di una felicità dietro l’angolo. È una cerimonia d’iniziazione, dove ogni persona viene lanciata verso spazi e tempi ignoti, interiori. Non c’è un rimando a un’immagine della vita, ma psichedelia e doppi fondi non dissimili da un film di Jan Švankmajer in cui l’uso dei colori è radicale. La Filarmonica dipinge un’immagine le cui variazioni di colore indicano diversi stati d’animo. Nessun pezzo è uguale all’altro, in una vera entropia schizofrenica che infrange le barriere tra diversi tipi (trip) di percezione. Si viaggia tra sballi ottici-verbali (Negozio di dischi, Mondo alla rinversa), melodie rarefatte come un fiocco di neve (A Mezzo Metro, Premio Piero Ciampi 2014), trascendenze cosmiche (Chi sceglie cosa) e cut-up alternative rock (Mi procuro dei soldi). Ogni canzone è un frame su cui si dipinge a mano, allegorie alienanti di una coscienza in frantumi: sono figure che vengono dall’inconscio. Per dirla come Godard, è un film in sedici tableau. Se il pezzo omonimo dell’album ha il sapore di una inevitabile fine, l’insieme suona come un ragionamento che si piega alle logiche del sogno: una tela con una superficie a specchio che attira lo spettatore all’interno. Il tentativo del gruppo, forse, è quello di guidare chi è in ascolto fino alla sua ultima illusione, per vedere cosa c’è dietro; la nenia Rimango solo è un invito a lasciarsi cadere, possibilmente con lo sguardo rivolto a nordest.

Sento cadere qualcosa, che dalla raccolta di poesie di Natan Zach non prende solo il nome ma anche l’anima errabonda, trabocca di uno spirito aspro da postumi di una sbornia; della consapevolezza che se ci siamo persi, verremo sicuramente ritrovati; della sensazione di curiosità, scetticismo e disagio. La Filarmonica Municipale LaCrisi non poggia su un’amorevole auto-indulgenza e, in questo terzo album, la musica nuova e antica ricorda l’albero di fico de La campana di vetro di Sylvia Plath: una vita che si dirama davanti, e da ciascun ramo ammiccano diverse e infinite possibilità; l’importante è non rischiare di morire di fame per una congenita incapacità di scegliere dove indirizzare la propria vita, la propria arte.

 

 

 

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