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Mandad’El Comigo, il brano introduttivo del terzo disco di Femina Ridens, Kalenda Maya, sembra un po’ il risultato di una fusione tra una Nico con tre ottave di range vocale e i Popol Vuh più etnici, per intenderci quelli da Hosianna Mantra in avanti. Strani cortocircuiti che avvengono solo nella nostra testa, ma che ci tornano utili per dichiarare il progetto di Francesca Messina (e Massimiliano Lo Sardo, ma in questo disco ci sono anche Alice Chiari al violoncello e Nicola Savelli alle percussioni) ufficialmente impegnato in una ricerca musicale filologica – e al tempo stesso «visionaria», come ama definirla il comunicato stampa che accompagna il disco – abbastanza lontana da quanto abbiamo ascoltato nei primi due lavori pubblicati.

Sì perché Kalenda Maya è «liberamente ispirato alla musica profana medievale» e contiene canzoni in occitano, italiano volgare, lingua d’oil, galiziano-portoghese e latino, rilette però alla maniera di Femina Ridens. Il che non significa, come si potrebbe facilmente pensare, un rifacimento didascalico di quelle musiche, bensì una distesa psichedelica di percussioni, chitarre acustiche e bordoni di synth mescolata ad atmosfere da musica sacra, che fa da scenario alle ormai ben note doti vocali di Francesca Messina. Una che è capace di passare in un attimo da una fisicità vocale travolgente al canto di un usignolo, e che qui esprime tutto il suo potenziale grazie a un mondo musicale che alle volte richiede di espettorare con la giusta veemenza.

Liement me deport dà il via al secondo cortocircuito stilistico di questo articolo, ovvero il british folk revival di artisti come Pentangle, Vashti Bunyan e Fairport Convention, che forse un terreno comune con il qui presente disco, per quando riguarda il retroterra culturale e le ispirazioni musicali, l’hanno pure, idiomi utilizzati a parte. Ne viene fuori uno dei brani migliori in scaletta, marziale e celestiale al tempo stesso. Il resto del programma si regge su gambe solide: Chanterai Por Mon Corage e Douce Dame Jolie sarebbero forse piaciute anche a un Chris Cornell, col loro folk quasi zeppeliniano e le chiusure melodiche potenti; Orientis Partibus, invece, con la sua circolarità ballabile, è forse il brano più “medievale” del pacchetto, assieme alla “filastrocca” Bache, Bene Venies. 

C’è anche molto altro negli otto brani in scaletta di questo Kalenda Maya, ma tra le tante cose emerge soprattutto la grande personalità che continua a mostrare, musicalmente parlando, il progetto Femina Ridens, anche quando approccia materie particolari come quella trattata qui. Forse lontana dall’attualità, certo, ma vicinissima al nostro cuore. 

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