Recensioni

A Felix Da Housecat si può dir tutto tranne che gli manchi la coscienza dello zeitgeist nel continuum dance, col suo carico di risvolti nascosti e necessità evolutive: la sua abilità è sempre stata quella di saper cavalcare l'onda del tempo con straordinaria precisione. E non ci riferiamo soltanto alle sue gemme Kittenz and Thee Glitz, capostipite dell'electroclash uscito nell'anno d'oro del filone, e Devin Dazzle & the Neon Fever, intriso dell'ebbrezza punk funk, electro-rock e nu-disco di data 2004, perché anche le prove successive, soddisfacenti o meno che possano essere, non hanno comunque mai tradito quell'impronta dance fatta di eccessi, ossessioni e adrenalina di cui lui è un'acclamata autorità.
Oggi però Felix rimette tutto in discussione, ed è un pugno nello stomaco che bisogna assorbire con attenzione. L'aria del clubbing c'è ancora, ma è quella ripulita per la radio di Don't Stand o quella squadrata house di 4HerMuse. E soprattutto ha spazi estremamente limitati, pressata com'è da una serie fin troppo lunga di mosse volte a reinventarsi: la techno-glitch amorfa di Wargames, il wonky filo-ambient di Something For Thom e Son Of Analogue, la drum'n'bass interrotta di Running Man (il fiatone è una cattiva notizia) non sono solo elementi di novità del suo spettro sonoro, ma sono soprattutto chiare prese di distanza dal suo universo dance trasgressivo e imperlato di sudore, e trasformano di fatto quest'album nel suo primo vero disco orientato all'ascolto. Il Felix che conosciamo lo rintracciamo nelle vesti retrospettive electro-Kittenz di I Just Want To Be The One e nella movie disco di Be There Soon… What Would You do?, ma finisce per suonare come un intermezzo, un passaggio obbligato.
Nell'anno in cui Digitalism e Justice si avventurano ancora una volta in un sound nu-rave che necessita un netto rinnovamento (per i secondi ci basiamo solo sul singolo Civilization), Felix decide di saltare a pié pari la spinosa questione, voltandogli le spalle e realizzando il suo disco più spiazzante. Non è quello che da lui ci si aspetta, e non è nemmeno il suo vero stile: Son Of Analogue rischia di diventare la parentesi estraniante e sperimentale della sua discografia. Nessuno potrà mai accusarlo di banalità o scarso dinamismo, ma le escursioni in ambienti a lui poco congeniali lasciano lo stesso qualche perplessità. Forzato, incerto e imbarazzato: dov'è finito il felino a cui riusciva ogni cosa con facilità?
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