Recensioni

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Nei tre anni trascorsi su queste pagine mi sono meritatamente guadagnato la fama di coprofago della redazione, tra un Comunisti col Rolex e un Jovanotti, passando con l’ultimo imbalsamato Ligabue. Fortunatamente non mi occupo solamente di cose improponibili, e agli immancabili buontemponi che commenteranno sotto il post Facebook di questa recensione chiedendosi che senso abbia scrivere di dischi simili quando c’è in giro tanta buona musica di cui nessuno parla mai, rispondo che ehi, il disco hip hop più bello del 2019 esce tra un paio di settimane ma io ne ho già scritto, qui. Quindi il diritto di sproloquiare su cancri del mainstream come il nuovo Fedez me lo sono guadagnato sul campo.

Era chiaro che non potesse trattarsi di nulla di buono, e infatti l’album è pessimo oltre ogni dire, ma forse stavolta é anche peggio di quanto fosse legittimamente preventivabile. Sedici pezzi di cui neanche uno vagamente salvabile. Alla fine il migliore resta la tenerata paterna in vago odor di De Gregori (con le debite proporzioni) di Prima di Ogni Cosa, ed è tutto un dire. L’obiettivo di Fedez sembra essere una sorta di jovanottismo 2.0, con un pop onnivoro e diabeticamente nazionalpopolare, capace di strizzare l’occhio a uno dei ritornelli più iperglicemici della Storia: «E mi perdo nella notte nell’oscurità senza navigatore / E se mi stringi forte forte il buio se ne va, tutto prende colore / perché separati siamo stelle ma abbracciati siamo il sole» e versi illuminanti come «Ti ho regalato un sacco a pelo / per dormire sotto il cielo». Aiuto.

Le marce inserite dall’Ez dei Ferragnex sono le seguenti: la ballatona degregoriana di cui già abbiamo detto, tenerella e potenzialmente strappamutande, con qualche chitarra acustica a chiamare l’accendino (pardon, smartphone) in mano e vaghe ipocrisie da Smemoranda che qualsiasi essere senziente con più di 16 anni dovrebbe trovare offensive («Perché il peso del passato ci ricorda che / le cose importanti non sono cose»); il disperato inseguimento di tutti i Lil Peep del mondo, campionando i Blink 182 (Adam Song in Che Cazzo Ridi) e scimmiottando tutta quell’estetica da Soundcloud rap molto emo e già molto stanca; il pezzo radiofonico con feat. femminile appiccicato a forza nel ritornello che pesca ora dalla dancehall (Holding Out for You) e ora dalle parti di una house senza infamia e senza lode come Fuckthenoia (aspetta, Fuckthenoia???); ultimo in lista l’aspirante ritorno al rap, a dimostrare che con le rime ci sa ancora fare, incarnato su tutte dalla traccia con Emis Killa, con risultati innocui nel migliore dei casi. 

In chiusura arrivano per lo meno due gustosi guilty pleasures, che giustificano in parte l’operazione quantomeno calando definitivamente le braghe al trash senza più freni inibitori. Prima c’è un pezzo in cui Fedez rifà i Pixies di Where’s My Mind e che si intitola Buongiornissimo. Direi che non serve aggiungere molto. Poi c’é il tanto atteso pezzo con la Dark Polo Gang (di fatto un’altra scopiazzatura, stavolta da I Love It di Kanye West e Lil Pump), che sembra ormai aver trovato la sua dimensione ideale a cavallo tra ospitate simili e la residency a Stra Factor. Forma smagliante per Pyrex che dà il meglio – o il peggio – di sé: «scopo solo con tipe che indossano Balenciaga no Zara / lei mi twerka in faccia Hannah Montana baby balla». Qui Fedez canta solo il ritornello, e va benissimo così. 

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