Recensioni

Per chi segue il circuito italiano della musica elettronica sperimentale, quello di Fabio Orsi non è un nome nuovo, avendo l’artista di origini napoletane alle spalle una già corposa produzione di cd-r, tracce sparse su compilation varie e lavori distribuiti gratuitamente in rete.
Esordio (solo) su vinile per l’attivissima Small Voices, rieditato e prodotto da Gianluca Becuzzi (Kinetix), che con cura certosina ha riaccorpato il materiale sonoro in due lunghe suite di diciotto minuti l’una (per ciascun lato del vinile), Osci è un susseguirsi di suggestioni che rimandano alle musiche più avventurose del nostro tempo, giocando al rimpiattino con gli stilemi dell’elettronica più avant, senza cadere nella trappola del cliché. Tecnicamente è un patchwork di suoni trovati/editati, drones, microwaves e sparuti interventi di chitarra, pianoforte e synth, che sin dai primi movimenti proiettano l’ascoltatore tra le sue trame magnetiche e spiraliformi.
Colgono in pieno il senso dell’opera le parole di Sav, stese sul retro di cartoline incluse nel package raffiguranti scorci di vita paesana, di un passato il cui ricordo appare sfocato e sgranato come le figure in bianco e nero che vi sono rappresentate: “Osci è un buco profondo scavato nel terreno dell’amata-odiata musica tradizionale. Rappresenta la volontà di strappare le radici e osservarle da prospettive insolite, con lenti deformanti sotto luci colorate”.
Stupisce la naturalezza con cui Fabio riesce ad accostare temi e suoni tanto vari, persino a livello timbrico, senza intaccare minimamente la fluidità di un lavoro, che trova soluzione di continuità soltanto quando la puntina del giradischi giunge all’ultimo solco del lato B, spezzando, in uno schiocco, l’incanto delle visioni e l’effetto di straniamento indotto.
L’ispirazione del napoletano, cresciuto nelle contrade pugliesi, si nutre della tradizione popolare del tacco d’Italia, dell’anima tarantata di pizziche indiscretamente rubate da un microfono che ha vagato per feste e sagre dall’elevato tasso etilico; musiche poi disossate e trasfigurate, di cui viene sunto lo scheletro, costruita intorno una polpa di febbricitante modernità.
“Osci non ha niente a che spartire con l’arte. Piuttosto somiglia a una zappa”. Dai solchi scavati del vinile s’innalza un’elettricità sfrigolante di movimenti materici granulari, la staticità dronica delle composizioni di Phill Niblock accarezzata da loop desola(n)ti à la Basinski, echi lontani delle teorizzazioni ambient di Eno soffocati da nebulosi crescendo strumentali nello stile del Jim O’Rourke di Disengage.
Dalla nuda terra traspira il candore sottilmente inquietante di una notte in cui tutto tace tranne i grilli, da quei solchi zampilla il confortevole suono di rigagnoli d’acqua sotterranei, ed esalano le voci ubriache di violinisti nordeuropei affascinati dal sole e dal lu mieru (vino) salentini. La tavolozza sonora, ricca di accostamenti insoliti, è assemblata con un’attitudine naif che decreta la straordinaria forza evocativa di Osci e la sua capacità di commuovere.
In un momento in cui le creazioni al laptop stentano a comunicare un qualsivoglia tentativo di non ripetersi e ripetere strade già ampiamente battute, l’esordio di Fabio Orsi giunge a (riba)dire che in Italia si fa dell’ottima musica elettronica, per nulla inferiore a quella realizzata altrove, e che anzi, proprio da qui potrebbero partire gli input di un next step e di un rinnovamento che molti ascoltatori auspicano – forse – da troppo tempo.
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