Recensioni
Enrico Monacelli
Bassa fedeltà. Musica lo-fi e fuga dal capitalismo
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Stefano Solventi
- 21 Ottobre 2024

Di cosa parliamo quando parliamo di lo-fi? Come spesso capita alle espressioni targetizzanti, ha finito per essere vittima del proprio stesso uso, erosa dal di dentro, svuotata fino a rimanere solo guscio e pelle di un’etichetta che nel tempo ha visto sbiadire i confini degli ambiti originari, fornendo indicazioni via via meno specifiche, da un lato comode come spesso sono i (cosiddetti) termini-ombrello, dall’altro suggestive come certi ingredienti che introducono sfumature di sapore, vaghe ma a loro modo determinanti. Insomma, il lo-fi, la bassa fedeltà: uno spettro che si aggira nel continente sempre più pulviscolare del pop-rock. Da quando? E, soprattutto, perché?
Enrico Monacelli, filosofo e critico, collaboratore di riviste quali Not e L’Indiscreto, mette la firma su un saggio conciso, dinamico e denso nel quale ripercorre origini, sviluppi e senso della bassa fedeltà in musica secondo un suo ben articolato percorso/punto di vista. Che è, sia detto subito, molto interessante e decisamente politico (il sottotitolo “musica lo-fi e fuga dal capitalismo” non è stato messo lì a caso). Se volessi provare a sintetizzare il nocciolo della questione, potrei citare un paio di passaggi tratti dal primo capitolo e uno dall’epilogo. Eccoli:
Il lo-fi equivale a un’ossessione, a una costante manipolazione delle macchine, al rovescio nascosto della musica pop. È un sabotaggio luddista che rompe la funzione abituale e muta delle macchine. E solo attraverso questo sabotaggio macchinico la sincerità può acquisire un significato radicale.
Il lo-fi è una forma d’arte critica non perché aderisce necessariamente a questo o a quello, ma perché mette palesemente e direttamente in discussione, deviando dall’interno i motivi e i metodi che stanno alla base del più quotidiano degli oggetti sonori: la canzone pop. C’è una grande liberazione in una cosa registrata di merda.
(…) il fatto che la registrazione sia stata manomessa o che provenga, esteticamente parlando, da un altro tempo e da un altro luogo sembra implicare che solo attraverso un attacco diretto alle macchine che utilizziamo nella nostra vita quotidiana possiamo svelare gli inquietanti segreti nascosti di questo nostro mondo.
Se a questo punto il terreno e il livello dello scontro vi appare un po’ più chiaro, sappiate che nel testo – meno di 200 pagine, peraltro benedette da una scrittura assai godibile – c’è molto di più. Ci sono le anse e i diverticoli di un congetturare sia analitico che lirico, sviluppato cronologicamente attorno a sette figure chiamate a simboleggiare altrettanti snodi decisivi del rapporto tra musica pop e, più o meno, tutto il resto. Tutti noi.
Il punto di origine del fenomeno secondo Monacelli potrebbe lasciare interdetti, ma si tratta di una scelta sorretta da una logica addirittura stringente: il lo-fi non poteva emergere altrimenti che dal suo opposto, ovvero uno degli apici del pop ad alta fedeltà. Vale a dire: dal successore del meraviglioso Pet Sounds. Che, come tutti sanno, avrebbe dovuto essere una meraviglia ulteriore, quello Smile collassato sotto la propria stessa grandezza (e a causa dello stato mentale/emotivo di un Brian Wilson che spinse il genio fino a livelli di overdrive chimico), ma che comunque doveva uscire per motivi contrattuali e quindi fu lo sconcertante Smiley Smile. Rispetto al predecessore, suona(va) come una bizzarria frugale, svampita, granulosa, ipnotica. Un vaffanculo lisergico terra-aria, come un razzo spedito dal giardinetto di casa fino a otto miglia nel cielo, dito medio che vaporizza nuvole e ioni per generare una pioggerella di croccante disallineamento culturale, sabbia nella benzina che al tempo stesso carbura e grippa il motore.
Monacelli pennella cornice e contesto, sciorina aneddotica in un quadro di analisi e critica sociale che avvince e convince (non necessariamente in quest’ordine). Un metodo che applica agilmente anche agli altri capitoli e ai rispettivi protagonisti. Nell’ordine: Stevie R. Moore, Daniel Johnston, le Marine Girls, Ariel Pink, Perfume Genius e Phil Elvrum. Ognuno introduce una sfaccettatura, un arricchimento tematico e congetturale, chiamando in causa l’ambizione, il Bene, l’amore, la femminilità (e il femminismo), la diversità (in più sensi), il sesso, l’alterità più radicale. Entrare nel dettaglio va un bel po’ oltre lo scopo di una recensione, che al massimo può sostenere questo: pagina dopo pagina, quella che all’inizio appariva come un’ipotesi intrigante ma un po’ azzardata, acquista una robustezza considerevole. Perfino una ben strutturata autorevolezza. E pazienza se i lettori più stagionati lamenteranno l’assenza di un Oar, di un Nebraska o di un I Often Dream Of Trains (per citarne solo tre a caso) tra gli album che hanno segnato coordinate indelebili nell’immaginario a bassa fedeltà. Conta che il discorso di Monacelli segua una propria coerenza, ancorché febbricitante, e in questo senso trovo del tutto congruo che vada a chiudersi con un capitolo dedicato al lo-fi nella trap in uno scenario di morte (e qui possiamo dissentire) del pop-rock chitarristico.
Il punto è, in definitiva, come tutto questo possa indicare una via alternativa, un’alterità opposta al dominio del pianificato, all’implacabilità del conforme.
L’arte serve a liberarsi di sé stessi. È un modo – meticoloso, accuratamente calcolato – per fare a pezzi e far entrare qualcosa di esterno, qualcosa di diverso. Potrete non volerlo o non averne l’intenzione, ma, mentre fate arte, quell’arte vi corrode dissolvendo ciò che eravate prima. Scrivere, registrare musica, dipingere: se fatti bene, sono tutti modi per dimenticare e reimmaginare i limiti dell’esistenza. Fuggire dal possibile, puntando all’improbabile.
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